Papà e mamma abbracciati

22 Maggio 2022

Carezze, fiumi di lacrime e lunghi silenzi: il dolore composto di Patrizio e Alessia

L’AQUILA. Piangono anche le pietre di Collemaggio, quando papà Patrizio stringe mamma Alessia in un abbraccio che sembra non voler finire mai. Cuori spezzati, ma uniti. Pochi metri li separano dal loro piccolino, ora adagiato in quella prigione bianca innaturale che d’istinto verrebbe voglia di aprire per dirgli di nuovo: alzati e corri.
eccomi
Il canto “Eccomi” accompagna in chiesa i due giovani genitori di Tommaso, che all’arrivo sul sagrato di Collemaggio – la chiesa dei matrimoni – ricevono tanti abbracci. Lui non lascia un attimo lei. Più dietro i nonni. Un dolore composto. Silenzioso. Avrebbero voluto funerali privati, dirà “zia Giusi” dall’ambone. E invece eccoci tutti nella basilica strapiena. E non per la Perdonanza né per un matrimonio. La prigione bianca è sollevata dai vigili del fuoco. Gli stessi che quel giorno hanno alzato la macchina impazzita. La famigliola che occuperà il primo banco a destra sembra l’immagine della Passione: il suo calvario comincia qui, in un mestissimo corteo verso l’altare con a destra e a sinistra due foto giganti di Tommy che sorride ancora.
come bambini
«Se non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli», è il Vangelo di Matteo. Sì, ma perché proprio a noi? E perché Tommaso? Perché tanto dolore? L’umanissimo pensiero dei due giovani papà e mamma è esplicitato dallo stesso cardinale Petrocchi nella sua omelia. Più volte Patrizio annuisce mentre ascolta le parole del celebrante e tiene la destra sulla sua Alessia, con la testa tra le mani, piegata dal dolore. Al segno di pace il presule lascia l’altare e si avvicina a questa mamma in lacrime ponendole la mano sinistra sul capo. Una carezza, una parola di conforto. Le lacrime scendono ancora più copiose quando è Alessia a stringersi a Patrizio in un abbraccio infinito. Alla Comunione, don Ramon Mangili, parroco di Pile, dove abita la famiglia, si avvicina alla mamma e poi al papà, che ora pregano in ginocchio e a mani giunte.
zia giusi
«Il dolore è una lama rovente», scandisce zia Giusi Fonzi, giornalista che di avvicinarsi a questo microfono farebbe volentieri a meno. Ma ha tante cose da dire. A nome della famiglia. Ringraziato il Comune (che si fa carico dell’organizzazione) e le autorità, dice di volersi riprendere il significato privato di una vicenda deflagrata fuori dall’intimità familiare. «L’intimo per ciascuno di noi è più potente dell’universale». E comincia a descrivere Tommaso con parole che lo dipingono meglio di ogni altra. «Estroverso, simpatico, docile, attento, mai capriccioso, ballerino e canterino: un futuro musicista. Un’esplosione di allegria e curiosità. Le coccole le faceva lui. Sguardo attento e curioso. Come avete fatto a modellare un capolavoro così?», chiede ai genitori, ora quasi sciolti nel pianto mentre Giusi parla del grembiulino insanguinato tenuto stretto in mano al pronto soccorso. Poi, con lo sguardo, cerca il ministro Bianchi, cui qualcuno riferirà. «La scuola è più importante dell’industria: produce intelligenza, competenza, sensibilità: beni rari nella società dello spettacolo». Morire a scuola, no. Mai più.
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