Parrozzo dolce d’Abruzzo, una storia lunga 100 anni con la benedizione del Vate

Lo storico locale di Pescara raccontato attraverso il nipote di Luigi D’Amico. Dalla registrazione del marchio nel 1926 fino alla grande produzione di oggi
PESCARA. A Pescara c’è un filo che unisce la tradizione culinaria, la memoria cittadina e la storia d’Italia. Un filo che porta dritto sulla porta del “Ritrovo del Parrozzo”. Qui, in viale Pepe, all’ombra dello stadio Adriatico, si varca una soglia che riporta indietro nel tempo attraversando quasi un secolo di storia. All’interno il mobilio è ancora quello dei tempi dell’apertura. A destra c’è il bancone, semplice, che attira, ma che non è invasivo. Lascia spazio alla sala grande, ordinata. La storia del luogo si percepisce guardando i cimeli attaccati alle pareti: le foto della città prima dei bombardamenti o le lettere scritte a mano da D’Annunzio. Ad accogliere i clienti c’è Pierluigi Francini, nipote di Luigi D’Amico fondatore del Parrozzo e del locale omonimo.
La nuova puntata di ‘Zoom, storie dal nostro tempo’, in onda stasera alle 23.30, ripercorre la nascita di questo piccolo pezzo di storia cittadina, dei suoi legami con il Vate e di questo dolce atipico, popolare ma anche aristocratico. «Mio nonno», racconta Pierluigi, «voleva fare un prodotto che fosse legatissimo al territorio abruzzese, alla regione. L’idea del Parrozzo nasce dalla fusione di due termini, pane e rozzo, perché i contadini abruzzesi coltivavano sia il grano che il granturco. L’idea imprenditoriale fu proprio quella di realizzare un prodotto dolciario che fosse, come dicevano le pubblicità, proprio la trasposizione dolciaria di questo pane rozzo. Questa avviene mantenendo la forma inalterata del pane, quindi una forma semisferica, il giallo rossiccio del granturco, riproposto con le uova, e le bruciacchiature del forno a legno. Da lì l'idea del cioccolato».
Prima nasce il dolce, registrato nel 1926, e poi il locale. Ennesima intuizione di D’Amico. Racconta sempre Pierluigi: «Nel 1927, mio nonno inaugura in piazza Garibaldi questo famoso ritrovo del Parrozzo. Fu un’altra idea estremamente innovativa, perché si pensò a creare questo pubblico esercizio per promuovere il dolce, e quindi un punto vendita creato e pensato appositamente per fare promozione di questo prodotto che era nato l’anno prima. Ai tempi non si usava». La vera intuizione di D’Amico però è rappresentata dal suo legame con Gabriele D’Annunzio. Il vate assaggia il Parrozzo e si innamora. Dal suo Vittoriale ne ordina grosse quantità e attraverso i suoi sonetti, ne tesse le lodi.
Nel locale di viale Pepe, infatti, c’è una saletta al piano superiore, oggi messa a disposizione gratuitamente per conferenze o convegni, che è un autentico museo di testimonianze di tutte le lettere ricevute dal poeta e di tutti i personaggi celebri del passato che hanno mangiato il famoso dolce abruzzese. Pierluigi, mentre soddisfatto mostra le foto, racconta: «Mio nonno riuscì ad ottenere il battesimo da D’Annunzio che in un madrigale in dialetto abruzzese, nel novembre del 1926, scrive per la prima volta la parola Parrozzo». Il madrigale, incorniciato, è appeso su una delle pareti della sala/museo sovrastando le foto di tutti i grandi attori e attrici. Ci sono anche le tante testimonianze di affetto che il Vate scriveva direttamente a D’Amico, oltre ai tanti ordini di parrozzi.
In un telegramma si legge: «Ho ricevuto l’ostinatissimo dono ma desidero, come semplice cliente, che tu mi spedisca dieci parrozzi grandi e dodici piccoli. Ti scriverò domani includendo nuovi versi di Usignolo di Rampigna. Ti abbraccio». O ancora un’altra lettera in cui D’Annunzio spedisce dei regali alla moglie e alla figlia di D’Amico, in segno di riconoscenza. Pierluigi, però, puntualizza: «D’Annunzio si lamentava sempre di come mio nonno non lo trattasse da cliente. Non lo faceva mai pagare e il Vate si rattristava di questo. Da qualche parte, c’è una lettera in cui gli scrive, naturalmente in dialetto: “Mea i voie cumprà miliune e miliune de parrozze, coma ’nu clientucce qualunque. Se tu vuo’ fa’ lu donatore cucciute, i’ te levo l’amicizie. Si capite? T’abbracce, Gabbriele”».
«L’azienda», spiega sempre Pierluigi, «è sempre stata una cosa di famiglia. Io oramai, anche se sempre operativo, ho lasciato le redini ai miei due figli. Siamo arrivati alla quarta generazione e puntiamo alla quinta. Dobbiamo dare più spazio ai figli e lasciare che la tradizione, continuando, si rinnovi. Questo mi hanno insegnato i miei genitori che a loro volta lo hanno appreso dal nonno Luigi. Anche se sbagliano, bisogna correggerli e aiutarli, ma non togliergli spazio. Questo è un aspetto importante e un segreto nascosto del Parrozzo». Una questione di famiglia che diventa eccellenza legandosi alla storia cittadina con la benedizione del Vate.
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