Pasta, la De Cecco punta alla filiera del grano duro

Prezzo garantito ai coltivatori che sottoscriveranno il protocollo dell’azienda ma solo se produrranno materia prima di alta qualità e priva di tossine
PESCARA. Dieci regioni coinvolte, 1200 produttori, tredicimila ettari coltivati, per un raccolto stimato tra le 53mila e le 70mila tonnellate. Sono alcuni dei numeri della filiera del grano duro di alta qualità dell’azienda De Cecco, presentati ieri mattina nel corso di una convention, alla presenza di produttori e stoccatori, figure chiave del processo produttivo che porta la pasta abruzzese sulle tavole degli italiani. E non solo.
L’IDEA. Un progetto, ha spiegato ieri Mario Aruffo, responsabile acquisti della società, nato qualche anno fa, e che col tempo ha acquisito sempre maggiore importanza, che nasce purtroppo dalla constatazione che il grano duro prodotto in Italia non basta a soddisfare le esigenze dell’industria di trasformazione alimentare. Spesso, anche a livello qualitativo il prodotto lascia a desiderare, condizione che si verifica quando il tenore proteico scende sotto al 14%. Una circostanza che costringe i produttori di pasta a fare ricorso a “innesti” di grano straniero con una percentuale proteica superiore, che riesca a garantire un prodotto finale che presenta le tipiche caratteristiche del brand. Acquistare grano all’estero, ha detto Aruffo, si traduce in un aggravio di costi per l’azienda, che preferirebbe approvvigionarsi sul mercato nazionale, a patto che la materia prima presenti particolari caratteristiche.
I MERCATI. «I nostri mercati di approvvigionamento», ha detto Aruffo, «sono gli Stati Uniti e l’Australia. Da oltre 30 anni De Cecco fa filiera con Arizona e California, dove le condizioni climatiche sono ottimali per questa coltura, e su campioni di altre zone, come l’Australia. In passato, c’era anche il Canada, ma ora non utilizziamo più grano canadese. Quando si parla di grano, è indispensabile tenere presente che l’Italia ha una produzione che non soddisfa le proprie necessità. Il fabbisogno annuo di grano duro nella nostra nazione è di 5,6 tonnellate, mentre la produzione si ferma a 4 milioni. Significa che il 30% del fabbisogno deve essere importato». Quest’anno in Italia si prevede una produzione record, grazie anche ai principali bacini di approvvigionamento, che sono oltre all’Abruzzo (4153 ettari di superficie coltivata da 386 aziende), la Puglia e la Basilicata.
LA RICHIESTA. De Cecco ha bisogno di grano con contenuto proteico superiore al 14%, e assolutamente salubre in termini di micotossine (sostanze prodotte da funghi si sviluppano in presenza di eccessiva temperatura e umidità, oppure durante il trasporto e lo stoccaggio, alcune delle quali sono tra i contaminanti più pericolosi per l’uomo) e metalli pesanti, che devono essere abbondantemente sotto ai limiti fissati dalla legge un valore di indice di glutine superiore a 80, l’applicazione di un disciplinare di coltivazione, l’utilizzo di un sistema web interattivo che rappresenta uno strumento di consultazione sempre disponibile.
I CONTROLLI. Alla verifica dei requisiti del grano che entra nello stabilimento, ha detto Vincenzo Villani, agronomo, direttore del controllo di qualità, pensa il laboratorio interno, che esamina le caratteristiche fisico-chimiche, l’indice delle due proteine che una volta idratate formano la maglia glutinica, la presenza di pesticidi e altre sostanze. «Noi controlliamo tutto», ha aggiunto, «anche se questo a volte ci ha messo in contrasto con qualcuno». Presente alla convention anche l’assessore regionale Dino Pepe, che oltre a illustrare il ruolo della filiera ha anche sottolineato l’importanza del ricambio generazionale nel settore agricolo.
COSA OFFRE LA FILIERA. De Cecco offre assistenza ai produttori, un prezzo minimo garantito, maggiorazioni di prezzo legate alla qualità. Le condizioni economiche, per chi aderisce alla filiera 2017-2018, prevedono un prezzo di 280 euro a tonnellata di grano, se il tenore proteico è superiore al 14%, e di 290 euro se superiore a 14,5%, oltre a un premio aggiuntivo di 5 oppure 10 euro a tonnellata in base all’indice glutinico.

