Pensioni, addio a quota 41

14 Luglio 2021

Ecco il rapporto Inps: restano due ipotesi per lasciare il lavoro in anticipo

Pensioni, l’illusione di Quota 41 si frantuma di fronte a una frase laconica: «Costa troppo». A dirlo è il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che ha illustrato la Relazione annuale sulle attività dell’Istituto nel 2020. La presentazione si è svolta nella Sala della Regina della Camera dei Deputati alla presenza tra gli altri del vicepresidente della Camera, Andrea Mandelli, del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Andrea Orlando e della Ministra per le Pari opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti.
Il report dell’Inps ha forte ricadute anche in Abruzzo perché disegna gli scenari del dopo Quota 100. Lo abbiamo letta per riportarne i passaggi principali.
RIFORMA PENSIONI:
LE TRE PROPOSTE.
Dal rapporto Tridico emergono tre proposte di riforma delle pensioni. La prima è quella del pensionamento anticipato con 41 anni di contribuzione, a prescindere dall’età. La seconda è quella del calcolo contributivo con 64 anni di età e 36 di contributi. La terza è stata messa a punto dallo stesso presidente dell’Inps: anticipo della sola quota contributiva della pensione a 63 anni, rimanendo ferma a 67 la quota retributiva. «Dall’approfondimento», dice Tridico, «emerge che la prima proposta è la più costosa, partendo da 4,3 miliardi nel 2022 e arrivando a 9,2 miliardi a fine decennio, pari allo 0,4% del Prodotto interno lordo. La seconda è meno onerosa, costando inizialmente 1,2 miliari, toccando un picco di 4,7 miliardi nel 2027, e per questo più equa in termini intergenerazionali. La terza ha costi molto più bassi: meno di 500 milioni nel 2022 e raggiungerebbe il massimo costo nel 2029 con 2,4 miliardi». È quindi evidente che l’ipotesi Quota 41 non vedrà mai alla luce. Ma ne restano altre due per superare sia la Fornero (67 anni) sia Quota 100 che a fine anno va in pensione.
QUOTA 100? UN FLOP
VEDIAMO PERCHÉ
L’analisi del presidente dell’Inps si basa su una equazione semplice, realistica e ineluttabile. Eccola: «Sul futuro delle pensioni, le preoccupazioni vengono soprattutto dall’invecchiamento demografico. Di qui la necessità di favorire la natalità, sostenere l’occupazione giovanile e femminile, la regolarizzazione degli immigrati e la lotta al nero». Ma le misure di flessibilità in uscita hanno favorito questa equazione?
«La misura sperimentale e triennale di Quota 100 ha permesso il pensionamento anticipato di 180 mila uomini e 73 mila donne nel primo biennio 2019-2020. Dall’analisi dei risultati di Quota 100 emerge che la misura è stata utilizzata prevalentemente da uomini, con redditi medio-alti e con una incidenza percentuale maggiore nel settore pubblico». Inoltre, «rispetto agli impatti occupazionali attraverso la sostituzione dei pensionati in Quota 100 con lavoratori giovani, un’analisi condotta su dati di impresa non mostra evidenza chiara di uno stimolo a maggiori assunzioni derivante dall’anticipo pensionistico». Così spiega Tridico. Il altre parole con Quota 100 non si sono assolutamente spalancate ai giovani le porte del mercato del lavoro. L’unica attenuante al flop è comunque la pandemia.
CRISI COVID: ASSISTITO
UN ITALIANO SU TRE
I dati che seguono fanno capire quale ruolo ricopra oggi l’Inps e le dimensioni degli effetti sociali ed economici devastanti generati da un anno e mezzo di pandemia da Covid. La risposta economica alla crisi è passata in gran parte per l’Inps, spiega il presidente dell’Istituto: «Gli interventi messi in atto dall’Istituto hanno raggiunto oltre 15 milioni di beneficiari, pari a circa 20 milioni di individui, per una spesa complessiva di 44,5 miliardi».
In particolare, sono stati assistiti: 4,3 milioni di lavoratori autonomi, professionisti, stagionali, agricoli, lavoratori del turismo e dello spettacolo; 6,7 milioni di lavoratori dipendenti in cig, per una spesa complessiva di 23,8 miliardi; 210mila disoccupati che hanno fruito del prolungamento del trattamento di disoccupazione (Naspi); 515mila famiglie cui è stata assicurata l’estensione dei congedi parentali, 850mila che hanno fruito del bonus baby-sitting e 722mila con gravi difficoltà economiche che hanno beneficiato del Reddito di emergenza; 216mila sono stati i bonus per i lavoratori domestici e 1,8 milioni i nuclei familiari (circa 3,7 milioni di individui) che hanno ricevuto il Reddito o la Pensione di cittadinanza.
«Sono strumenti», sottolinea Tridico, «che hanno contribuito a ridurre il rischio di tensioni sociali».
I 330MILA POSTI DI LAVORO
SALVATI DAI LICENZIAMENTI
I 442 licenziamenti collettivi, arrivati per mail agli operai della Gkn di Campi Bisenzio (Firenze) sono l’inizio di una lunga teoria di drammi familiari, Un’Antologia di Spoon River, coniugata al lavoro e attualizzata al 2021. Ma cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stato il blocco dei licenziamenti fino al primo lugli scorso? Tridico dà la sua risposta.
I posti di lavoro salvati con il blocco dei licenziamenti nel periodo marzo 2020-febbraio 2021, «possono essere valutati in circa 330mila e per oltre due terzi riconducibili alle piccole imprese (quelle che occupano fino a 15 dipendenti, ndr)».
Ma l’aumento della spesa per integrazioni salariali e la contrazione delle entrate contributive hanno determinato un peggioramento del risultato finanziario di competenza dell’Inps, che è passato da +6,6 miliardi di euro del 2019 (il miglior risultato degli ultimi 11 anni) a –7,1 miliardi del 2020.
«Ma nei primi cinque mesi dell’anno in corso registriamo importanti segnali di ripresa. Al 31 maggio 2021, le entrate da contributi sono aumentate di 4,5 miliardi, con un incremento sul 2020 di oltre nove punti percentuali». E da oggi fino al 31 dicembre si potrà tornare ai livelli del 2019. Così sostiene il numero uno di Inps.