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Pescara. Bancarotta, il giudice ha deciso: i fratelli Serraiocco ai domiciliari

25 Marzo 2026

Il gip de Rensis: «Hanno fatto della sistematica elusione delle regole imprenditoriali, il loro business»

PESCARA

Il commercialista pescarese Vincenzo Serraiocco, coinvolto in diversi procedimenti penali, e suo fratello Andrea, finiscono agli arresti domiciliari.

Lo ha deciso il gip Giovanni de Rensis su richiesta del procuratore aggiunto Anna Rita Mantini e del sostituto Anna Benigni che avevano chiesto il carcere per entrambi per una serie di bancarotte fraudolente legate alle loro attività di consulenze: società svuotate e fatte fallire.

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«A fronte della gravosa misura cautelare prospettata come necessaria dai pubblici ministeri, devesi ritenere che gli arresti domiciliari ben si attaglino al caso di specie, impedendo ai Serraiocco di muoversi liberamente, di interagire con altri delinquenti, di stipulare contratti, di intavolare trattative, insomma di reiterare i delitti dei “colletti bianchi” che appaiono essere la loro unica ragione di vita».

ELUSIONE DELLE REGOLE

Il giudice va giù pesante nei confronti dei due indagati: «Ci si trova dinanzi a due individui i quali, stabilmente inseriti (grazie all’attività di consulenza svolta) in ambienti imprenditoriali, hanno fatto della sistematica elusione delle regole di corretta gestione imprenditoriale, poste a tutela anche dell’economia e del mercato e non solo dei singoli creditori, un vero e proprio business. Se il fallimento di una realtà imprenditoriale si traduce, per i lavoratori dipendenti e per i singoli creditori che lo subiscono, in un motivo di perdita economica, quello stesso fallimento diventa per i fratelli Serraiocco ragione di arricchimento, grazie al sistematico drenaggio del denaro dalle imprese in odore di fallimento/liquidazione giudiziale».

««SONO DIABOLIK»

È questo il fulcro dell’inchiesta che ha messo nei guai i due Serraiocco, incastrati anche da una serie di intercettazioni ambientali. Dialoghi in cui parlano anche di come uscire da quel tunnel giudiziario: «Se riesco a scappare sono Diabolik», dice Vincenzo al fratello.

Una galassia di società ormai decotte e portate al fallimento e un giro di soldi che finivano sui conti dei due fratelli. «È stato accertato», prosegue il giudice nella misura cautelare, «come i due indagati abbiano fatto ricorso sistematicamente ai seguenti meccanismi: costituzione di società finalizzate alla rilevazione di aziende già esistenti e fortemente indebitate, acquisendone i soli asset positivi e abbandonando le “bad company” al dissesto fallimentare; intestazione fittizie di quote e cariche societarie a soggetti prestanome privi di adeguate capacità reddituali e patrimoniali, così da schermare la reale titolarità e ostacolare le procedure di recupero crediti; trasferimenti di attività commerciali tra società riconducibili agli stessi indagati, al fine di sottrarre beni e asset produttivi a possibili procedure esecutive, garantendo la continuità aziendale sotto parvenza di legalità.

IL PRESTANOME

E fra i prestanome figura anche Nelco Doati, piemontese trapiantato in Liguria, «privo di competenze imprenditoriali e mensilmente retribuito dai fratelli per assumere il ruolo di amministratore di società in decozione e, quindi, di “fallito”, i due indagati si assicurano la gestione di fatto delle società ormai in stato di insolvenza per “svuotarle”, distraendo a proprio profitto il denaro che dovrebbe invece essere utilizzato per far fronte ai debiti accumulati». Anche Doati è stato raggiunto dalla misura, la stessa richiesta dalla procura, e cioè il divieto temporaneo di esercitare uffici direttivi. Il gip evidenzia nella sua decisione come i Serraiocco «abbiano impresso al denaro di provenienza delittuosa una “destinazione speculativa”, in presenza di forme di investimento del provento del reato di appropriazione indebita diverse dal mero godimento personale di tali somme. In particolare, si deve evidenziare come i due indagati, lungi dal trattenere per sé il denaro di provenienza illecita limitandosi ad un uso personale, abbiano invece deliberatamente scelto di investirlo nella prospettiva di trarne un ritorno economico».

LE SOCIETà

Il giudice scende nei dettagli delle diverse operazioni portate a termine dai Serraiocco e parla della “Vincenzo Serraiocco Consulting”, di “Slife”, “Stola”, “Anno Zero Service”, “MKP Retail Solution”, “Ingegneria Italia” e di “Engineering Teatina”, nel corso degli anni amministrate e /o partecipate direttamente o indirettamente dai Serraiocco. Facendo anche lunghi passaggi sulla posizione di Mario Pallotta, “socio in affari” dei due fratelli, anche lui coinvolto nell’inchiesta e nei sequestri di giugno scorso, ma non toccato dalla misura.

Determinante è stato indubbiamente anche il lavoro svolto dalla guardia di finanza che ha condotto le indagini con la supervisione della procura.

ANDREA SERRAIOCCO

Il giudice sottolinea il ruolo primario di Vincenzo Serraiocco (ex assessore al Comune di Pescara e candidato a sindaco della città) in tutta la vicenda giudiziaria (citando anche le sue pendenze con altri procedimenti), ma non tralascia affatto la figura del fratello Andrea: «Dall’analisi dei dialoghi captati si evince che lo stesso esercita un potere decisionale di fatto pari, se non superiore, a quello del fratello Vincenzo, il quale, pur essendo di fatto coinvolto nella gestione societaria (nel caso specifico si parla della MKP Retail Solution ndr), non risulta formalmente investito di alcuna carica. I due fratelli, come Doati, sono accusati a vario titolo di una serie di bancarotte fraudolente e di impiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita.

GLI INTERROGATORI

Nei giorni scorsi sono stati sottoposti a interrogatorio preventivo, ma evidentemente non sono riusciti a convincere il giudice con le loro argomentazioni difensive. I Serraiocco sono assistiti dall’avvocato napoletano Mattia Fleccher, Doati da Massimo Galasso.