Pescara, la badante: vi prego, curate mio figlio, ferito in guerra

Il governatore D’Alfonso raccoglie l’appello: il soldato ucraino presto in ospedale all’Aquila per le dovute cure
PESCARA. Lo scenario descritto dal lettino dell’ospedale militare di Kiev, dove il tenente maggiore dell’esercito ucraino Roman Gavrilchak trascorre i giorni e le notti attaccato alla speranza di un trasferimento imminente in Abruzzo, somiglia a un’apocalisse. Mutilati di guerra, soldati con ferite mortali che gridano sulle barelle e centinaia di giovani vite che si spengono sotto i ferri. Il tutto nonostante la firma della tregua tra la Russia e l’Ucraina e il cessate il fuoco scattato, sulla carta, il 15 febbraio scorso.
Tre giorni prima il 31enne originario di Leopoli, la cosiddetta città del leone, è stato colpito da una granata mentre era impegnato in un’operazione di soccorso a Debaltseve, con migliaia di soldati accerchiati dai miliziani separatisti. Drammatico il referto medico comunicato alla mamma Katerina, che da dieci anni lavora a Pescara come badante: tre vertebre rotte, gambe paralizzate, un polmone perforato, ematoma alla testa e un braccio fuori uso. Le scarse possibilità di riprendere a camminare sono legate a un’operazione delicatissima alla colonna vertebrale, da realizzare in una struttura di eccellenza in Italia, con tutta probabilità all’Aquila o ad Ancona.
La macchina istituzionale è stata messa in moto dal presidente della Regione Luciano D’Alfonso, che ha preso a cuore la situazione e contattato la settimana scorsa i ministri della Difesa Roberta Pinotti e della Salute Beatrice Lorenzin. Anche l’ambasciatore italiano a Kiev si sarebbe interessato al ricongiungimento familiare del soldato 31enne. Secondo il governatore, la struttura ministeriale ha assicurato la buona riuscita dell’operazione, garantendo la presa in carico del tenente maggiore e la copertura delle spese di trasporto e delle cure mediche. E mentre in quelle ore terribili, successive al bombardamento di Debaltseve, mammaKaterina ha raggiunto in tutta fretta il figlio assieme al marito Ivan, gli zii pescaresi Alessia e Antonio De Rentiis trascorrono le ore nella loro casetta in via Petrarca con il fiato sospeso, in attesa di ricevere l’ok definitivo al trasferimento in Italia del giovane Roman.
«L’ho sentito al telefono, mi ha detto in inglese che ringrazia Dio di essere ancora vivo», racconta con la voce rotta dal pianto l’avvocato De Rentiis, originario di Lettomanoppello, lo stesso paese del presidente della Regione. «L’ho esortato a essere forte», aggiunge l’uomo, «lui mi ha risposto che deve esserlo per forza. Roman è un ragazzo d’oro, buono come pochi. Ha scelto la carriera militare perché in Ucraina, come da noi, la crisi si fa sentire e per un giovane non ci sono grosse possibilità di trovare un impiego».
Quella della mamma del tenente maggiore è una vita di sacrifici: divisa da dieci anni tra il lavoro come badante nel capoluogo adriatico, dove ha la residenza anagrafica, e la famiglia a Leopoli, al confine occidentale ucraino. Qualche viaggio ogni tanto per rivedere il marito e l’assegno spedito ogni mese per contribuire alle spese quotidiane. «Nei giorni della guerra civile», racconta la sorella minore Alessia, zia del soldato ferito, «Katerina e Roman erano d’accordo nel sentirsi tutti i giorni, mattina e sera. Se lui non poteva rispondere le inviava un sms e lei si tranquillizzava. Ma la sera del 12 febbraio mio nipote non ha mai risposto al telefono. Mia sorella ha provato a telefonargli fino a mezzanotte e poi è andata a letto. Al mattino il telefono squillava ancora, lui ha risposto ed è riuscito a dirle soltanto: “Mamma sono ferito”. Poi c’è stata una pausa e ha aggiunto: “Non riesco a muovermi e non sento più le gambe”. Da qui è iniziato il nostro inferno tra le notizie frammentate che ci arrivavano e quelle diffuse dai mezzi di informazione ufficiali che invece raccontano tutta un’altra storia».
«Si parla tanto di tregua», rimarca De Rentiis, «ma mio nipote racconta che non c’è stata una sola ora in cui non sia esplosa una bomba o non siano stati lanciati dei proiettili. Non riusciamo a capire perché tanti giovani innocenti debbano essere mandati a morire in una guerra assurda e perché oggigiorno succedano ancora queste cose». Dopo il bombardamento del 12 febbraio Roman Gavrilchak ha cambiato due ospedali. Al momento si trova a Kiev in compagnia dei genitori, che gli sono vicini in queste ore terribili. Il 23 febbraio ha festeggiato il suo 31esimo compleanno, in corsia gli sono stati recapitati peluche e palloncini azzurri. Non riesce a muovere la testa ed è costretto a tenere lo sguardo alto verso il soffitto, ma non ha perso il sorriso. «Ho invitato Roman mille volte a Pescara per farsi una vacanza», aggiunge De Rentiis, «ha sempre rifiutato per via degli impegni con l’esercito. Sarebbe bello se potesse guarire qui da noi: più che una speranza sarebbe un miracolo, poiché ci hanno detto che gli è rimasto soltanto il 10 per cento del midollo spinale. Ma abbiamo dei centri specializzati, soprattutto per la riabilitazione. Intendiamo contattare i migliori medici e provarle tutte per cercare di farlo camminare di nuovo». «Per fortuna che esistono ancora persone buone che ti aiutano», ribatte Alessia a proposito della catena istituzionale messa in moto da D’Alfonso, «confidiamo di festeggiare insieme l’arrivo di Roman al più presto».
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