Pescara, omicidio Bucco: si cerca il Dna sul telefonino

18 Settembre 2014

L’operaio di 53 anni ucciso nel 2012 nella sua casa di via Leopardi. La procura dispone nuovi accertamenti sul cellulare in uso a Emilio Massacese

PESCARA. La procura insiste e continua ad andare a caccia delle tracce di sangue di Nicola Bucco, l’operaio di 53 anni ucciso con 3 coltellate il pomeriggio del 14 novembre 2012 nella sua casa al piano terra di via Leopardi. Sono stati infruttuosi, fino a questo momento, gli accertamenti richiesti dal pm Gennaro Varone che, dopo aver percorso, senza esito positivo per le indagini, la strada di un primo confronto del Dna e dopo aver provato con una maxi consulenza sui vestiti – altro tentativo non andato in porto – ritenta con il telefonino che venne sequestrato a Emilio Massacese: il 22 settembre Giuseppe Liborio Stuppia riceverà l’incarico per effettuare accertamenti sul cellulare che era in uso a Massacese nell’arco temporale in cui è avvenuto l’omicidio. Il genetista prima dovrà vedere se sul telefonino ci sono tracce di sangue e, nel caso affermativo, compararle con il Dna del morto.

Emilio Massacese, fratello di Vittorio, il titolare del baretto del porto che aiutava Bucco nelle spese dell’affitto di casa e che per primo scoprì il cadavere, era stato già scagionato dalle precedenti perizie ma la procura ha richiesto adesso il nuovo esame sul telefonino dell’uomo.

Il nome di Emilio Massacese, 58 anni, di Francavilla, che fino a qualche tempo fa lavorava come marittimo a bordo del motopontone che movimenta gli scogli al porto, era finito sul registro degli indagati come atto dovuto proprio per consentire alcuni accertamenti sulla scarpa insanguinata trovata nella sua casa. Accertamenti che, poi, erano risultati incompatibili con il Dna dell’operaio morto scagionando Massacese. Adesso, la procura gioca la carta del telefonino in uso a Emilio Massacese e che, subito dopo l’omicidio, sarebbe stato passato al fratello Vittorio. Un altro tentativo per sondare tutti gli aspetti di un omicidio che, al momento, è irrisolto.

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Sono trascorsi ormai due anni dalla morte di Bucco e gli investigatori non ha granché: non una traccia o una testimonianza per arrivare alla verità. A fronte di quello che nei primi momenti era apparso agli investigatori come un delitto d’impeto, maturato presumibilmente nell’ambiente del porto frequentato da Bucco l’omicidio sembra invece essere stato organizzato nei minimi dettagli da qualcuno tanto bravo a non sbagliare niente.

Sarebbe difficile da digerire per i familiari di Bucco un’archiviazione che, accanto alle nuove analisi, potrebbe essere evitata solo dal ritrovamento di qualche nuovo reperto (un coltello trovato nell’immediatezza non aveva il Dna di Bucco sulla lama) o da qualche testimonianza a sorpresa. Finora, e questo ha lasciato interdetti non poco gli investigatori, nessuno ha parlato, nessuno, del palazzo di via Leopardi dove si è consumata la tragedia tra le 14 e le 16 di quel mercoledì 14 novembre, ha visto o sentito nulla di strano.

Eppure Nicola Bucco è stato ucciso con tre coltellate mentre si stava preparando un piatto di pasta da qualcuno che, dopo le urla e l’estremo tentativo del 53enne di difendersi, è scappato. In pieno giorno, al piano terra di un condominio. (p. au.)

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