Pescarabruzzo, no al risarcimento «Ora paghi 105mila euro per la lite»

16 Maggio 2019

Il tribunale delle imprese respinge il ricorso della Fondazione per le azioni acquistate tra il 2008 e il 2010 Secondo il giudice la criticità non era evidente: negati i 17 milioni richiesti. E maxi conto per le spese

PESCARA. La Fondazione Pescarabruzzo perde la sua battaglia legale e non avrà nessun risarcimento milionario da parte della Tercas (oggi incorporata da Banca Popolare di Bari) e dovrà anche pagare 105 mila euro di spese di lite. Così ha sentenziato il tribunale delle imprese dell’Aquila cui si era rivolta la Fondazione per essere risarcita (oltre 17 milioni di euro) per quelle 1.750.000 azioni dell’istituto teramano acquistate in un arco temporale che andava dal 2008 al 2010, quando alla guida della Fondazione c’era il professor Nicola Mattoscio.
La richiesta della Fondazione era fondata sul presupposto che i contratti di acquisto di quelle azioni Tercas, sarebbero stati «viziati dal dolo della banca emittente, la quale avrebbe scientemente occultato sofferenze sui crediti per un ingente valore, in tal modo rappresentando agli investitori, tra cui la Fondazione, una situazione patrimoniale più florida di quella reale e, dunque, inducendoli a sottoscrivere le azioni di nuova emissione», come spiegano nell’introduzione i giudici del collegio aquilano, presieduto da Christian Corbi.
Una vicenda legale che si giocava soprattutto sui bilanci della Tercas che erano stati messi a disposizione degli acquirenti. La Tercas, con la sua comparsa, aveva peraltro dedotto che il presunto dolo lamentato dalla Fondazione, «ove sussistente, sarebbe stato desumibile già dall’esame del bilancio di esercizio al 31 dicembre 2009, in cui le attività deteriorate lorde raggiungevano già l’importo di 250 milioni di euro a fronte dei 60 milioni al 31 dicembre 2008».
«Tale significativo incremento delle attività deteriorate in un solo anno», scrivono i giudici, «avrebbe dovuto allarmare la stessa Fondazione rivelando la situazione di crisi patrimoniale dell’Istituto di credito, che la Fondazione sostiene esserle stata dolosamente occultata in sede di sottoscrizione delle azioni Tercas».
Ma il fatto che nell’anno 2010 le difficoltà patrimoniali della banca Tercas non fossero ancora emerse in tutta la loro evidenza, secondo il tribunale è indirettamente dimostrato dall’esito dell'istruttoria condotta dalla Banca d’Italia.
L’autorevole organo di controllo aveva infatti scritto che la «Tercas beneficia di una situazione tecnica nel complesso favorevole, caratterizzata da un buon livello di patrimonializzazione, una moderata esposizione ai rischi finanziari e una rischiosità creditizia sostanzialmente contenute».
«Deve dunque presumersi», si legge in sentenza, «che al momento dell’acquisto delle azioni Tercas, la Fondazione, pur adoperando la diligenza richiesta a un operatore qualificato, non avrebbe potuto rilevare la presenza di uno stato di irreversibile deficit patrimoniale che, stando alle deduzioni di parte attrice, all’epoca si sarebbe già palesato e, tuttavia, sarebbe stato dolosamente occultato dalla Tercas».
Secondo i giudici, «non vi è prova che alla data del 29 settembre 2010 (ovvero cinque anni prima della notifica dell’atto di citazione), fosse già evidente quella criticità patrimoniale poi riscontrata dal commissario straordinario nel corso della propria gestione, ed infine definitivamente palesatasi nell’anno 2013 con l’apporto di rettifiche su crediti per 411,9 milioni di euro».
Secondo il tribunale, poi, gravava sulla Fondazione (cosa che non è stata fatta secondo i giudici) l’onere della prova che la Tercas, nel predisporre il prospetto informativo relativo all’offerta pubblica di vendita delle azioni ordinarie depositato in Consib nell’agosto del 2006, avesse dolosamente rappresentato una situazione patrimoniale significativamente migliore rispetto a quella effettiva. «Giova rilevare», scrivono i giudici in chiusura, «che i bilanci approvati negli anni 2007 e 2008 (quelli esaminati poi dalla Fondazione ndr) fotografavano la situazione della Tercas nel 2006 e 2007, ovvero i primi due anni del quinquennio 2005/2010 nel corso del quale era stata concessa la maggior parte dei mutui e finanziamenti poi svalutati dal commissario straordinario. È dunque del tutto plausibile, in assenza di prova contraria (invero non fornita da parte attrice) che al 31 dicembre 2006 e 2007, buona parte di tali finanziamenti non fosse stata ancora concessa o che comunque non si fossero ancora palesate criticità tali da imporre una loro sensibile svalutazione. Manca in definitiva la prova del fatto che la Tercas, nella predisposizione dei bilanci approvati in data antecedente gli acquisti di azioni del 2008, avesse dolosamente omesso di dare atto di una già conclamata situazione di deficit patrimoniale che, ove conosciuta dalla Fondazione, avrebbe fatto desistere quest’ultima dalla sottoscrizione delle suddette partecipazioni». Ci sarebbero state per i giudici delle «distorsioni informative», ma quando «ormai la Fondazione aveva già da tempo concluso i contratti di acquisto di cui chiede l'annullamento».
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