Poste, ex direttore condannato a 3 anni e 4 mesi

19 Novembre 2016

PESCARA. Sconto di pena consistente in appello per l'ex direttore delle Poste, Vincenzino Crisante, accusato di essersi appropriato di una somma che supera i 300 mila euro e che sarebbe stata...

PESCARA. Sconto di pena consistente in appello per l'ex direttore delle Poste, Vincenzino Crisante, accusato di essersi appropriato di una somma che supera i 300 mila euro e che sarebbe stata sottratta a 5 clienti. Crisante, che è difeso dall'avvocato Melania Navelli, ieri, si è visto, infatti, ridurre dai giudici aquilani la pena a 3 anni e 4 mesi, mentre nel febbraio 2015 era stato condannato dal tribunale collegiale di Pescara a sette anni di reclusione per peculato e falso. Un alleggerimento sostanziale per l'ex direttore, dovuto al fatto che ha incassato l'assoluzione per l'accusa di falso e la prescrizione per alcuni episodi di peculato, vale a dire quelli avvenuti fino al 17 novembre 2003. Ridotta, inoltre, a 260mila euro l'entità della confisca. Le vicende contestate a Crisante, che è stato direttore degli uffici Postali di Pescara succursale 7 e succursale 9, risalgono al periodo di tempo che va dal 2003 fino al marzo 2009. Secondo l'accusa, l'ex direttore avrebbe richiesto il rimborso delle polizze vita o dei buoni postali dei clienti falsificando le sottoscrizioni e i moduli di prelievo dai libretti postali. La somma più consistente contestata a Crisante riguarda una cliente a cui l'ex direttore, dal 2006 al 2009, avrebbe sottratto 238mila euro. Per contrastare le tesi accusatorie l'avvocato Navelli ha fatto leva sulla ludopatia, chiedendo di sottoporre a perizia il suo assistito. L'obiettivo della difesa era quello di dimostrare che Crisante, all'epoca dei fatti, era un giocatore d'azzardo patologico e che tale dipendenza l'avrebbe spinto a commettere i fatti contestati. I giudici aquilani, però, non hanno dato il via libera alla perizia. La battaglia giudiziaria ora avrà sicuramente un seguito: l'avvocato Navelli ha intenzione di presentare ricorso in Cassazione, anche con l'obiettivo di rendere meno pesante la posizione del suo assistito. La difesa mira, cioè, a trasformare il peculato in un reato meno grave, l'appropriazione indebita. Se ciò dovesse accadere, il reato sarebbe prescritto.

Marianna Ventura