Rigopiano

Processo Rigopiano, l’ultimo appello delle difese: «Assolveteli, la tragedia non si poteva prevedere»

6 Febbraio 2026

Il disastro con 29 morti. A Perugia, davanti ai giudici della Corte d’Appello, le controrepliche degli avvocati dei dieci imputati per le vittime: «No a condanne irrazionali». La sentenza l’11 febbraio, ma si profila la Cassazione

PERUGIA. Le controrepliche del collegio difensivo nel processo sulla tragedia di Rigopiano in corso davanti ai giudici della Corte d'Appello di Perugia per l'appello bis (la sentenza è prevista per l'11 febbraio prossimo) sono andate avanti ieri per tutta la giornata. Necessarie per rispondere al procuratore Paolo Barlucchi che nella sua replica aveva confermato le condanne richieste (che vanno da 2 anni e 8 mesi ai 3 anni e 10 mesi) per nove dei dieci imputati, facendo quindi marcia indietro soltanto per la posizione del dirigente regionale Sabatino Belmaggio per il quale ha chiesto l'assoluzione, rivedendo la sua stessa requisitoria.

Il collegio difensivo ieri non ha quindi potuto far altro che insistere con le richieste di assoluzione, ribadendo l’estraneità degli imputati in quel disastro che costò la vita a 29 persone che il 18 gennaio del 2017 rimasero sotto le macerie dell'hotel distrutto dalla valanga. Al centro degli interventi difensivi, in particolare dei cinque regionali coinvolti (Carlo Giovani, Emidio Primavera, Pierluigi Caputi, Vincenzo Antenucci e Carlo Visca), in primo piano è stata ribadita l'imprevedibilità di quella valanga e il fatto che i regionali (che vengono già da una doppia assoluzione nei primi due gradi di giudizio), non possono essere considerati colpevoli della mancata realizzazione della Carta pericolo valanghe e non possono per questo rispondere di un caso fortuito, seguendo quindi una logica contraria al diritto, che non può piegarsi alle comprensibili esigenze di giustizia.
Un concetto sintetizzato anche dall’avvocato Vittorio Manes, codifensore di Primavera insieme ad Augusto La Morgia: «C’è una profonda condivisione, comprensione e rispetto per questa tragedia che le vittime e i familiari hanno dovuto patire, ma non si può rispondere alla irrazionalità di un dramma così assurdo come appunto la tragedia di Rigopiano, con l’irrazionalità di una condanna ingiusta».
Il collegio difensivo ha contestato all’accusa il fatto che prevenire il disastro non era soltanto possibile, ma addirittura dovuto, sottolineando che gli imputati non avrebbero avuto un ruolo decisivo nel creare quelle condizioni che poi determinarono la tragedia e quindi la morte delle 29 persone sotto le macerie. L’avvocato La Morgia ha poi sviluppato il suo intervento evidenziando che anche se la Carta pericolo valanghe fosse stata realizzata, non avrebbe comunque ricompreso il territorio di Rigopiano perché quella zona venne inserita nella Carta soltanto a tragedia avvenuta. E poi è stato rimarcato il tempo necessario per realizzare quel documento: almeno 4 anni e 3 mesi, lo stesso tempo che è stato impiegato per realizzare la Carta Valanghe dopo la tragedia. Ma Primavera, come ha sottolineato il suo difensore, anche se avesse dato il via alla stesura della Carta non avrebbe mai potuto completarla perché rimase in quel servizio per poco più di un anno. Non solo, ma secondo la difesa, Primavera non aveva neppure la posizione di garanzia dei dirigenti. Ecco perché, sostiene la difesa, da parte della pubblica accusa andava forse fatta una differenziazione delle posizioni dei regionali, come aveva chiesto la stessa Cassazione nella sentenza con la quale ha annullato tutte le condanne e rinviato a Perugia per rivalutare tutte le posizioni, aggiungendo i sei regionali fino ad allora rimasti fuori grazie alla duplice assoluzione.
Anche l'avvocato Marco Spagnuolo, difensore dell'allora dirigente della Provincia, Paolo D'Incecco (per il quale l'accusa ha chiesto la conferma della condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione come per l'altro provinciale Mauro Di Blasio), ha cercato di far comprendere alla Corte perugina che il suo assistito fece più di quello che poteva, non avendo la disponibilità di una turbina e in una situazione tragica che in quei giorni aveva colpito l'intero Abruzzo dove molti paesi erano completamente isolati, privi di elettricità e dove si stava sfiorando la tragedia. Questo anche per evidenziare che, in quella situazione, anche se ci fosse stata una turbina disponibile, probabilmente non sarebbe stata inviata a Rigopiano, ma laddove l’emergenza era drammatica.
L'udienza, come già stabilito, è stata aggiornata all'11 febbraio quando, dopo la replica dei difensori di Belmaggio, la Corte entrerà in camera di consiglio per emettere la sentenza dell'appello bis che, comunque andrà, non scriverà certo la fine di questa immane tragedia, in quanto è scontato un nuovo ricorso in Cassazione.