Quando il Natale diventa un dramma

24 Dicembre 2018

Parlano gli operai della Ball e della Honeywell: padri di famiglia che a cinquant’anni debbono ricominciare da capo

SAN MARTINO SULLA MARRUCINA. «Ho 51 anni e torno a mandare curriculum. Ho lavorato per 29 anni in Ball, mai avrei immaginato uno scenario di questo genere». Non solo Domenico Adorante ma anche tutti gli altri dipendenti dell’azienda che produceva lattine a San Martino sulla Marrucina avrebbero mai potuto pensare che la multinazionale americana chiudesse in un mese il sito industriale di Campotrino. «Faccio parte della rappresentanza sindacale unitaria in quota Fiom Cgil», continua Adorante, «e lo scorso 11 ottobre non ero in fabbrica. A un certo punto il mio telefono ha iniziato a essere tempestato di chiamate e messaggi. Tutti volevano sapere cosa stesse accadendo in fabbrica. Parlavano di produzione ferma e di guardie armate nello stabilimento. All’inizio ho pensato che fosse accaduto qualcosa di grave, un incidente. Poi mi hanno spiegato tutto: a sorpresa era arrivato il management internazionale dell’azienda scortato da bodyguard armati. Avevano lasciato un’auto di traverso in mezzo al cancello, in modo che non si richiudesse. E, cosa mai successa, avevano dato l’ordine di spegnere le macchine. Poi avevano iniziato a proiettare delle slide, da cui tra l’altro si evinceva che stavamo lavorando bene. Sull’ultima, però, c’era scritto che avrebbero chiuso lo stabilimento: da gennaio tutti a casa».
Lo scorso 20 novembre le macchine si sono fermate definitivamente. Adorante, sposato e padre di due figli adolescenti, è stato in prima linea nella battaglia sindacale che ha visto scendere in campo anche le istituzioni, dal sindaco di San Martino sulla Marrucina Luciano Giammarino, agli altri sindaci del territorio, alla Provincia, alla Prefettura, alla Regione, fino al governo.
«Una vertenza lunga e difficile», dice, «che alla fine, anche se si è conclusa con l’accordo sugli incentivi economici, lascia tanto amaro in bocca. Speriamo solo che la dirigenza Ball decida di agevolare il percorso di reindustrializzazione trovando un accordo per la cessione del sito industriale e chiedendo la rioccupazione degli operai. Non ci resta che attendere».
«Io ci spero», dice Santino Baronetti, 38 anni di Francavilla al Mare, sposato e padre di un bimbo di 4 anni, che, dopo 12 anni in Ball, torna a mandare curriculum alla ricerca di un posto di lavoro. «Quando mi hanno comunicato che l’azienda avrebbe chiuso, ho pensato ad uno scherzo. Ma quando mi hanno detto che la procedura di licenziamento avviata per tutti i dipendenti scadeva esattamente il giorno di Natale, ho pensato a un incubo».
Solo nell’ultimo incontro del 21 dicembre in Regione, quando è stato firmato l’accordo sugli incentivi economici da dare agli operai, la Ball ha fatto slittare al 31 dicembre la fine della procedura di licenziamento. «È stato un gesto solo simbolico, che comunque è stato apprezzato. Ciò nonostante, per tutta la durata di questa terribile vertenza, più che da esseri umani ci siamo sentiti trattati come lattine. E pensare che quando la Ball è subentrata alla precedente proprietà del sito, la Rexam, aveva parlato di “grande famiglia” e di “rispetto” dei lavoratori. Tutte cose che, alla prova dei fatti, sono venute meno». «Di tutta questa storia» conclude Baronetti, «potrei anche non contestare le motivazioni di politica industriale che hanno portato la proprietà a questa decisione, ma le modalità messe in campo dall’azienda, quelle sì che non possono essere assolutamente accettate». Sarà un Natale amaro. Davvero amaro.