«Quando papà Eriberto accendeva Pescara»

Anita Mastromattei ricorda il vulcanico genitore scomparso nel 2008 Le feste in spiaggia, i tornei di tennis e i protagonisti di allora: un’apoteosi
PESCARA. «A un certo punto Eriberto era diventato una calamita, ci venivano tutti: imprenditori, cantanti, sportivi, attori. Chiunque passasse a Pescara d’estate faceva tappa lì. Pure la Juve e la nazionale di calcio».
Anita Mastromattei secondogenita (dopo Erminio e prima di Luca) di Eriberto Mastromattei scomparso nel 2008 in seguito ai traumi riportati dopo l’investimento dell’anno prima, ha vissuto gli anni d’oro di Pescara, tra gli Ottanta e i Novanta dalla prima fila che allora rappresentava per la città lo stabilimento creato dal padre nel 1967. «Nel 1967, quando sono nata io», racconta Anita da 26 anni voce di riferimento di Radio Parsifal, «papà trasformò l’Albatros, il casotto che aveva realizzato sulla concessione acquistata con l’aiuto del padre ferroviere Erminio che non si rassegnava al fatto che papà fosse l’unico e l’ultimo dei suoi sette figli a non aver voluto studiare, nella struttura all’avanguardia che poi ne ha fatto». Il primo a inventarsi la palestra a cielo aperto sulla terrazza dello stabilimento, il primo a portare le palme sulla spiaggia e soprattutto (lasciando da parte il pontile sul mare lungo 200 metri dove aveva messo perfino il juke-box, la Befana sul mare e i tuffi nel fiume con la moto la mattina del primo gennaio), fu il primo a inventarsi i campi da tennis sulla spiaggia. «Fu un’intuizione pazzesca», ricorda Anita, «perché da quel momento Eriberto divenne lo stabilimento di élite della città. E pensare che il secondo campo lo realizzò dalla sera alla mattina: non gli avevano dato l’autorizzazione e lui glielo fece trovare già pronto».
La scorsa settimana Gianni Santomo nel raccontare di suo padre, ha detto che tra i due era sicuramente più pazzo Eriberto. Concorda?
Sicuro, per papà tutto era possibile, non si fermava davanti a niente. Per un’invernata ha tenuto un leone, il suo amatissimo Yuma, nel ristorante chiuso. Lo dovette dare via perché all’inizio della stagione i clienti avevano paura, era diventato grande.
E che ne fece?
Lo portammo allo zoo safari di Fasano, dove lo andava a trovare. Mi ricordo la prima volta: papà scese dalla macchina quando Yuma era già entrato a far parte del branco e aspettò. Piano piano il leone si avvicinò, iniziò ad annusarlo, quando lo riconobbe si fece perfino sotto e iniziò a leccarlo. Fu un’emozione indescrivibile che io però preferii seguire da dentro la macchina.
Che tipo di padre è stato?
Era un personaggio, e amava stare al centro dell’attenzione. Uno vulcanico, uno spirito libero che come padre ha avuto pro e contro.
Ce li dica.
Abbiamo dovuto dividere il suo affetto e la sua presenza con il suo personaggio e tutto quello che si inventava. Tra i pro mi viene subito in mente la grande fiducia che ci ha dato. Del tipo che quando avevo 10 anni mi diede nove milioni di lire e mi mandò alle Poste a pagare il canone demaniale. La stessa cosa con mio fratello Erminio: a dieci anni gli faceva guidare il motoscafo, con me più piccola sopra, e lui attaccato dietro che faceva lo sci d’acqua. Non aveva limiti, per lui si poteva fare tutto. E spesso glielo facevano anche fare perché su di lui ci si poteva sempre contare. Come quando non c’era ancora la squadra di sommozzatori dei vigili del fuoco e chiamavano lui ogni volta che serviva, anche a recuperare i morti in acqua.
Com’era fuori dai riflettori?
Le preoccupazioni erano di chi gli stava intorno, delle mogli, mia madre Mirella e la seconda moglie Renata, e dei figli. Lui non si preoccupava di nulla. Ma era molto possessivo, geloso. A mia madre per esempio, che prima di sposare corteggiò in tutti i modi perché era una delle ragazze più belle di Pescara, la richiamava con l’altoparlante dalla direzione dello stabilimento se la vedeva parlare troppo con qualcuno. Una volta le ha tagliato con le forbici il bikini che le aveva appena regalato. Ma era geloso anche degli amici. Una volta Gianni (Santomo ndr) per qualche motivo si fece negare dalla segretaria al telefono sapendo che aveva il campo prenotato avrebbe visto papà di lì a poco. Ma quando arrivò pronto per la partita di tennis trovò il campo allagato e papà che dall’altoparlante gli disse che la sua presenza non era più bene accetta al Circolo Tennis Eriberto.
Il Circolo Tennis un capitolo a parte.
Infatti. Eravamo arrivati a un livello di spettacolo, sotto tutti i punti di vista, che a un certo punto papà iniziò a far pagare il biglietto a chi voleva assistere alle partite. Si facevano anche i tornei regionali e interregionali, e il torneo Santili, con Valerio e gli amici di sempre. Quanti siparietti, la gente si fermava solo per questo. I fissi erano i fratelli Massignani, i fratelli Iezzi, l’avvocato Giansante, Ettore Tritapepe. Di quel periodo resistono ancora soprattutto le donne. Anna Catone l’Eriberto in gonnella che con il suo gommone a tre motori in due ore stava con papà in Croazia, la signora D’Aprile, Giovanna Santilli, quelle che papà chiamava “le mie bambine”. Ma non era solo il tennis. Lo stabilimento apriva a marzo: papà riusciva a sistemare la spiaggia in modo che si poteva prendere il sole stando riparati, una sorta di solarium naturale. Ma ancora prima c’era la squadra di calcio femminile con Peppe De Cecco allenatore, Flora Muglia, Carla Coletta, Sandra Capisciotti, Valentina Salvatore in squadra e io la mascotte. E poi la Weka, il Windsurf Eriberto club Abruzzo.
E in tutto questo ci si misero il Pescara di Galeone e i successi della Sisley pallanuoto.
E fu un’apoteosi. Venivano tutti là. Anche Gino Pilota con Ayrton Senna, la famiglia Benetton, tutti. È stato un periodo bello in tutte le sue sfaccettature, che ha coinciso anche con la gestione del ristorante di Michele Cicchini che completò la qualità che già offriva lo stabilimento. Persone che vengono ancora come Estiarte, Marinelli e Galeone.
Galeone: che rapporto avevano?
Andavano a pesca lui, Fefè D’Annibale, Giammarinaro, Cavallito: si mettevano a riva con le reti e prendevano secchi e secchi di papalina che poi regalavano, oppure andavano con lo yacht a prendere le cozze alla piattaforma per fare le mega cozzate in riva al mare. Dove si facevano pure le feste con il dj o con la banda che suonava veleggiando sulla paranza di papà in acqua. Perché papà era appassionato di tutti i mezzi d’acqua. La paranza, a cui teneva tantissimo e che oggi sta al Museo della marineria di Cesenatico, le moto d’acqua, il catamarano, l’overcraft, il motoscafo, il paracadute ascensionale, il windsurf, lo scivolo d’acqua: con lui la spiaggia era un’attrazione continua, come la notte dei lumini. Quando vedeva che c’era garbino, andava a comprare da don Camillo Pozzolini, suo grande amico, diecimila candeline galleggianti che poi la sera faceva accendere e mettere in mare dai clienti. Oppure la festa di San Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno quando realizzava con le balle di fieno o i copertoni un gigantesco San Giovanni sugli scogli con l’ombrellone in alto a cui a mezzanotte dava fuoco.
Atmosfere ideali per nuovi amori, ma anche per parecchie corna.
Per gli amori sì, io stessa ho conisciuto qui mio marito Gigi Del Monaco. Riguardo alle corna è vero, ce ne sono state, ma come in ogni altro ambiente. La differenza è che i personaggi erano più in vista e se ne parlava di più.
Ancora Santomo ha ricordato che suo padre con un tris a poker perse 150 milioni di lire.
Eh sì, giocava parecchio, anche se negli ultimissi anni aveva smesso. Ma mia madre faceva le nottate per controllarlo mentre giocava, e spesso invitava gli amici a casa proprio per tenerlo sott’occhio.
E come finì con sua madre?
Anche in quello papà fu un precursore, la legge sul divorzio uscì nel 1974 e lui fu tra i primi a usufruirne, con mamma si separarono nel 1972. La verità è che mamma voleva una famiglia normale mentre doveva combattere quotidianamente con le sue stravaganze e le sue fidanzate estive. Quando papà ha sposato Renata, la sua seconda moglie e madre di mio fratello Luca, erano già passati degli anni e un po’ si era calmato.
Sempre con il megafono, o in sella al suo motorino, ma il simbolo di Eriberto ancora oggi è la conchiglia.
La prese in Kenia e se la portava dappertutto, anche in vacanza, nei villaggi era il primo a dare la sveglia con la pernacchia che provocava quel suono lungo.
Vacanze invernali?
Sì, ma sempre al mare. I suoi posti preferiti erano il Kenya, le Maldive, gli ultimi anni in Venezuela a Las Roques dove ha passato anche l’ultimo inverno, quello dei 76 anni. Ci andò con Gianni Santomo e capitò che videro una nave da crociera pazzesca. Papà si mise in mente di salirci e come una scimmia, a 76 anni, prese ad arrampicarsi. Inizarono a buttargli acqua con gli idranti pensando cosa, alla fine da un bel po’ di metri si girò e fece un tuffo di testa che applaudirono tutti quelli sopra. Ma Gianni si guardò bene dal dirglielo sennò l’avrebbe rifatto.
A proposito di tuffi, perché smise quelli dal ponte del primo gennaio?
Lo fece smettere mia madre appena sposati, era troppo pericoloso. E lui si inventò la Befana del mare: partiva con gli sci d’acqua lungo tutto il porto canale, poi lo tirava su l’elicottero dei vigili del fuoco che lo portava al porto turistico e da lì giù sullo yacht da dove scendeva con i doni che si procurava da tutti i suoi amici.
E Pescara come lo ricorda?
Pescara gli ha dedicato un piccolo tratto del lungomare, davanti a Jambo, dove si spostò quando dovette lasciare Eriberto, ma il suo sogno era un busto. Forse, visto che proprio in un sondaggio del Centro sul nome da dare al Ponte del mare vinse il nome di Eriberto, si potrebbe mettere lì un suo busto. Dopotutto papà ha donato emozioni, eventi, intuizioni, progetti e imprese memorabili che hanno fatto la storia della città. Perché poi è vero che da lui andavano tanti personaggi, ma è pur vero che bastava andare da Eriberto per diventarlo.
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