Quegli occhi persi dei bambini

Ortona, il racconto dei volontari: «Molti temevano di essere separati»
ORTONA. “Merci”. Questa la parola che i migranti pronunciavano di più una volta toccata terra. Che significa grazie, tradotto dal francese. A raccontarlo i tanti volontari presenti sul posto al momento dell’arrivo dell’imbarcazione della Ong basca Salvamento Maritimo Umanitario al porto di Ortona, che trasportava 40 persone tutte provenienti dalla Guinea Conakry, eccetto un cittadino del Mali e uno della Sierra Leone. Nell’assordante silenzio dell’attracco del peschereccio spagnolo sulla banchina di riva ortonese, chi era lì a prestare servizio volontario ha visto, percepito, provato.
«Occhi smarriti e disorientati, sguardi persi di chi non aveva idea di dove si trovasse», ha detto una volontaria della Croce Rossa che ha ripercorso con noi quei momenti. «Una ragazza ha pianto quando è scesa dalla nave», ha raccontato un altro volontario. Questo il volto umano della macchina dell’accoglienza che a volte sembra essere fatta solo di numeri.
«Appena scesi, dopo i primi controlli sanitari effettuati direttamente sulla barca», ha detto un rappresentante della Protezione civile, «venivano identificati con l’impronta digitale, e poi successivamente venivano consegnati loro degli abiti puliti, molti in silenzio accettavano e si cambiavano, alcuni di loro hanno preso i vestiti, ma non li hanno indossati». L’organizzazione è stata gestita e coordinata dalla prefettura di Chieti e tutte le forze in campo, ognuna per la propria area di competenza, collaborando, hanno contribuito all’ottima riuscita dell’azione di soccorso. L’umanità non è mancata. Psicologi, assistenti sociali e mediatori linguistici hanno garantito un supporto morale ed emotivo a quei 40 migranti in viaggio in mare da giorni e giorni. Ha detto una volontaria della Protezione civile impiegata nella prima fase del soccorso: «Un ragazzo piangeva, era disperato, singhiozzava e con le mani si copriva il viso, immediatamente è stato assistito da una psicologa che lo ha rassicurato». Nell’area del porto era allestita anche una tensostruttura in cui erano presenti delle brandine. «Abbiamo visto subito che avevano un forte bisogno di distendersi», hanno detto i volontari, «ma la cosa che ci ha commossi è che utilizzavano una brandina in due, si sdraiavano l’uno nel verso opposto all’altro ma vicini». La paura di separarsi. Anche questo aspetto è stato percepito da chi era presente. «Al momento dell’arrivo dei responsabili dei centri che li avrebbero ospitati da lì ai giorni successivi», ci hanno raccontato, «loro avevano paura di staccarsi gli uni dagli altri, si salutavano toccandosi le mani, guardandosi con il timore di non ritrovarsi più». I due più piccini, almeno ad una prima valutazione, sono sembrati subito in buone condizioni di salute. Un neonato di 7 mesi e un bimbo di 24 con le rispettive mamme erano presenti sull’imbarcazione. Tra i racconti di chi era in prima linea a soccorrere queste persone uno colpisce più di tutti e riguarda proprio il bambino di due anni. «Una volta a terra e accertate le condizioni di salute abbiamo dato una crostatina al bambino dopo averla scartata, il piccolino felice ha iniziato a giocarci muovendola come fosse una ruota e non l’ha messa in bocca per mangiarla». Perché in fondo, a due anni, ciò che si desidera realmente è giocare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

