«Quel 2 giugno repubblicano»

2 Giugno 2017

Il docente abruzzese ora ha 90 anni. Ricorda il lancio di ceci dei monarchici durante un comizio

«I o c’ero, avevo 18 anni. E ricordo quel lancio di ceci durante un comizio pro Repubblica». Sentendo al telefono il professor Umberto Russo si fa fatica a credere che abbia quasi 90 anni: lucido e lineare. La sua è una memoria storica forgiata da anni di studi. Nel 1946, qualche mese dopo il referendum costituzionale, si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia a Roma dove si è laureato, con il massimo dei voti, nel 1950, discutendo la tesi con Natalino Sapegno. Ha iniziato nel 1951 la sua carriera di docente nelle scuole secondarie statali e dal 1970 è stato assistente ordinario di Letteratura Italiana alla D'Annunzio; dal 1981/82 al 1997 è stato professore ordinario di Storia della Critica sempre nella facoltà di Lettere e Filosofia dell'università D'Annunzio. Socio della Deputazione di Storia patria negli Abruzzi dal 1976, deputato dal 1989, ha ricoperto la carica di vice-presidente fino al 2011.
Professor Russo, cosa ricorda del referendum del 1946?
«Ero, allora, un giovane di 18 anni e quindi non votavo perché l’età per esercitare questo diritto era fissato a 21 anni. Mi trovavo a Chieti dove frequentavo l’ultimo anno di Liceo classico al Vico. Accompagnavo il mio amico Nicola Buracchio, che poi diventerà sindaco di Chieti, che faceva campagna elettorale per la Dc, si votava anche per la Costituente, e per la Repubblica. Durante la campagna elettorale, a Francavilla, un signore del posto stava facendo un comizio pro Repubblica. Fu costretto a interrompere la sua esposizione perché fu bersagliato da ceci».
Ceci?
«Sì i legumi, lanciati da diversi giovani con le cerbottane. Questo dimostra come Francavilla e Chieti, come del resto l’intero Abruzzo, fossero pro Monarchia. A Francavilla, per esempio, ci furono famiglie che fecero una campagna elettorale per la Monarchia perché qualche loro parente era stato curato dal professor Raffaele Paolucci, eroe di guerra e monarchico. Inoltre nel 1934 venne in città Umberto II, allora principe ereditario, a inaugurare una scuola, e nel 1938 Vittorio Emanuele a inaugurare il monumento a Michetti; sono episodi che rimangono fissi nella memoria di una cittadina. Detto ciò, la Repubblica era anche invisa perché al ritorno dello sfollamento alcuni ex partigiani fecero degli atti di repressione contro i fascisti e si temeva che con il voto alla Repubblica quel periodo di violenze potesse continuare».
Cosa accadde dopo il Referendum?
«Ricordo che ci fu una sorta di indifferenza in città e si parlò anche di brogli elettorali a favore della Repubblica; non mi sovvengono grossi problemi perché, in pratica, non ci si rendeva conto di cosa significava quel passaggio. In quel periodo c’erano seri problemi che intaccavano le esigenze primordiali dell’uomo. Francavilla fu quasi rasa al suolo nel 1943 e ’44 e si doveva tener conto della ricostruzione e, per larghissime fasce di popolazione, di sopravvivere; poco contava da chi fosse comandata l’Italia. Quando ci sono in ballo esigenze primordiali, di sopravvivenza, ci sono delle priorità da rispettare».
Come si spiega che nel Centro Sud l’esito del referendum fu favorevole alla Monarchia, in Abruzzo solo il 46,8% fu pro Repubblica.
«Le nostre genti erano più legate a uno stato monarchico. L’appartenenza al Regno delle Due Sicilie, con Napoli capitale, era, oserei dire, un fatto culturale, genetico, molto più del Nord dove, tranne il Piemonte, un vero e proprio stato monarchico non si è mai avuto. Per la gente del Sud la monarchia era un simbolo, una tradizione. Era vista come baluardo conservatore di fronte alle incognite del dopoguerra. Da non sottovalutare che masse di borghesia piccola e media votavano a favore della conservazione politica che in quel periodo era rappresentata dai Savoia».
Nel 1946 nasce la Repubblica e lei si iscrive a Lettere a Roma; due inizi, due percorsi. Non ha avuto mai un richiamo dalla “politica”?
«Mi interessavo di politica ma marginalmente, la vita ha avuto un richiamo più incalzante. Papà che aveva una farmacia a Francavilla morì nel 1948 e io ho dovuto ritirarmi per un anno dagli studi per gestire la farmacia che poi è passata a mio fratello Attilio e, alla sua morte, a sua figlia Rossella. La esistenza ti pone delle scelte, dei doveri da compiere, delle priorità da assolvere e io, durante la mia vita, ho sempre cercato di scegliere ciò che era giusto, in quel momento, per me e per la mia famiglia».
Matteo Del Nobile