Quell’ultima telefonata a un padre

L’infermiere teramano Pisciaroli racconta il dramma di un figlio
TERAMO. Ci sono gesti che per sempre racconteranno chi siamo. Al di là di tutto. Anche di una pandemia. Battista Pisciaroli, tra un mese 49 anni di cui 26 da infermiere, teramano di Cerqueto, ferma il tempo e il respiro di chi ascolta quando racconta dell’anziano paziente ricoverato in malattie infettive e di quell’ultima telefonata con i figli prima che se ne andasse per sempre. Perché la differenza tra prima e dopo è fatta di un “niente” difficile da dimenticare. «Noi infermieri siamo professionali e umani sempre», dice, «ma ci sono momenti in cui tutto assume un valore diverso. Non siamo eroi, ma persone che fanno sempre il loro lavoro. Ma una esperienza così ti cambia la vita». Dalla trincea del reparto di malattie infettive di Teramo a quello dei tamponi a domicilio nella zona rossa Pisciaroli disegna ricordi e vite che, dice, «non potrò mai dimenticare». Come raccontare alla donna incontrata per un tampone a domicilio gli ultimi istanti di vita del marito 80enne morto in ospedale. «È stato uno dei primi casi Covid ricoverati in malattie infettive», dice, «una mattina entro nella sua stanza e lo vedo molto afflitto e noto che non risponde al cellulare. Quando esco dalla stanza ricevo la chiamata del figlio allarmato per il fatto che il padre non rispondesse. Quindi rientro in stanza e con il telefono richiamo i figli che parlano con il padre. Purtroppo qualche giorno dopo il paziente peggiora e muore. Una settimana dopo mi trovo a fare il tampone a domicilio a una donna e parlando con lei capisco che è la moglie di quel paziente. La rassicuro sul fatto che il marito non ha sofferto. Al momento di uscire il figlio mi svela che quella telefonata è stata l’ultima volta che ha sentito il genitore». Il reparto, i tamponi a domicilio nella zona rossa, la collaborazione con la direzione delle professioni sanitarie. «Con la collaborazione del team infermieristico e dei sanitari abbiamo effettuato circa 10mila tamponi», conclude, «e questa esperienza mi ha fatto incontrare una famiglia di sette persone con un uomo molto preoccupato di poter contagiare il padre già afflitto da varie patologie. Quando è arrivata la conferma della positività ho cercato di confortarlo, di accompagnarlo giorno per giorno. Oggi per loro il Covid è passato e il giorno di Pasqua quell’uomo mi ha mandato un messaggio dicendomi che sono uno di famiglia, un fratello. Anche se non ha mai visto il mio volto». (d.p.)
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