Quell’Uomo Nero della nostra infanzia mette ancora i brividi

Badadook di Jennifer Kent lascia senza fiato uno dei più innovativi film del terrore degli ultimi anni
Pauroso, profondo, commovente. Un horror che non ti aspetti, capace di spaventare, sorprendere e spingere alla riflessione. Presentato al più recente festival di Torino, “Badadook” ha lasciato tutti senza fiato, riproponendo una leggenda millenaria come quella dell'Uomo Nero e lasciandosi alle spalle qualunque predecessore. Prima la trama. Amelia (Essie Davis) rimane vedova a causa di un incidente d’auto, perdendo il marito Oscar proprio mentre la sta portando in ospedale per partorire.
Sei anni dopo, ancora scossa da quanto successo, si trova a dover allevare da sola il figlio Samuel (Noah Wiseman), ragazzino che mostra comportamenti strani e che trascorre notti insonni a causa della presenza di un mostro immaginario. La lettura di un misterioso libro ritrovato su uno scaffale complica le cose. Racconta la storia di Babadook, l’Uomo Nero, un'entità sovrannaturale che prende vita quando qualcuno scopre la sua esistenza. Samuel sprofonda sempre più nella sua follia, Amelia in un vortice di depressione e sospetto, perché forse Babadook esiste davvero… Budget esiguo (due milioni e mezzo di dollari e il supporto del crowfunding), speso più per la location che per gli effetti speciali, un ritorno alle classiche storie del terrore, a dimostrazione che ora è sempre è l’intreccio a fare la differenza. L’orrore è dentro di noi, e va a toccare sentimenti nascosti dell’animo umano. Merito di una sensibilità femminile, così rara nel genere, merito dell’australiana Jennifer Kent, che dimostra di trovarsi perfettamente a suo agio dietro la macchina da presa e di aver ben appreso l'arte della regia dopo aver affiancato Lars Von Trier in “Dogville”.
L’Uomo Nero si nasconde sotto il letto e l’horror psicologico si dispiega perfettamente tra mostri nell’armadio e paure a dir poco ancestrali. Lascia uno straordinario senso di inquietudine anche a ore dalla sua visione, lascia il segno “Badadook” come pochi altri horror nella storia del cinema. È davvero femminile, intelligente e intenso, rimanda a suo modo all’Espressionismo Tedesco, per stile, atmosfere, ambienti e tensione strisciante. Tutto trama e personaggi, ricco di temi e sottotrame, dalla solitudine che ti divora alla lenta elaborazione del lutto, dalla quasi “scandalosa” messa in scena della maternità intesa anche come sacrificio a una delle più impietose malattie di questo secolo, la depressione. Dalle proprie paure non si fugge mai, bisogna solo imparare a controllarle, sono le stesse di quando eravamo bambini, per questo forse la messa in scena dell’Uomo Nero risulta a volte infantile, con tratti anche grafici da fiaba nera. Il film è un’esperienza fatta di ombre, colori saturi tendenti al grigio, linee e geometrie, specchi e scale, tutto è in grado di incutere vere angoscia e paura, mettendo in luce anche visivamente un vero e proprio stato mentale. Collimano alla perfezione il dentro e il fuori, contenitore e contenuto, una sapiente costruzione della tensione come nei migliori esempi del genere e una ricchezza di riflessioni che fanno di “Badadook” molto più di un semplice horror. Un vero piacere per gli appassionati di cinema classico, con citazioni che spaziano dal cinema di Méliès a quello di Tod Browning e di Paul Leni, di Mario Bava e William Friedkin. Un piacere per tutti gli amanti del buon cinema, un cinema che non si ferma all’apparenza, un cinema di sostanza. Un film contemporaneo, che mira a lasciare allo spettatore il piacere di ricostruirne i pezzi, uno dei migliori e più innovativi film dell’orrore degli ultimi decenni. Funziona ogni cosa in questa pellicola-capolavoro, anche gli interpreti sono perfetti. La madre Essie Davis cattura tutta l'impotenza e la frustrazione di una madre giunta al limite del suo stato fisico e mentale, schiacciata dalla peso della vita e dagli eventi. Noah Wiseman, nei panni del piccolo Samuel, ci regala un'interpretazione magistrale, ricca di sfumature, di devianze e trasformazioni, un personaggio empatico che ci conduce per mano all’inaspettato finale. Abbandonate le poltrone della sala inizia il bello. Ognuno cercherà qualcosa nella propria vita, tutti tornati a casa sbirceranno impauriti sotto il letto e dentro il proprio armadio.
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