Qui Centrale, tra incredulità e disperazione

I colleghi sgomenti: sarà difficile salire di nuovo su un elicottero, oggi siamo tutti morti con loro
L’AQUILA. L’eliambulanza sparita subito dopo il decollo dalle piste innevate di Campo Felice e poi il boato. Questa la segnalazione arrivata alla centrale del 118 che attendeva il rientro al San Salvatore di quell’elicottero partito dall’Aquila per andare a soccorrere un turista romano caduto mentre sciava a Campo Felice. Poi quei cinque interminabili minuti trascorsi, per gli operatori del 118, nella speranza di sentire via radio le voci rassicuranti dei piloti e dei colleghi a bordo. Invece solo silenzio. E per la sala operativa, abituata ad affrontare quotidianamente tante emergenze, quel silenzio è stato l’inizio di una angosciante attesa. Il via vai dei colleghi, tutti lì ad aspettare notizie dalle squadre dei soccorritori partite con ogni mezzo alla ricerca del velivolo sparito. E poi la “normalità” comunque da gestire. Le chiamate di soccorso a cui rispondere, le ambulanze da mandare fuori. Tutto con la morte nel cuore. Alla spicciolata sono arrivati nella sede del 118, al piano interrato del San Salvatore, i colleghi di lavoro, anche quelli che avevano finito qualche ora prima il loro turno. Tutti lì «perché non si può restare a casa in un momento così difficile». L’angoscia che aumenta con il passare dei minuti, l’avvistamento dei rottami, la certezza della morte delle sei persone a bordo e le lacrime che nessuno lì riesce più a trattenere. Incredulità e dolore, ma anche rabbia per una morte assurda. Il tempo che si ferma, i volti pietrificati dei colleghi che fino a quel: «Non c’è niente da fare», avevano sperato di risentire le battute di Peppe e Walter, di poter riabbracciare Davide, salito su quell’elicottero per sostituire un altro volontario, e i due piloti con i quali in molti hanno condiviso ore di volo e tanti soccorsi. Arriva un team di psicologhe, perché c’è da comunicare la notizia ai familiari, mentre un’altra ambulanza con a bordo un medico e un’ infermiera, parte dal San Salvatore ma solo per far arrivare nella zona del disastro ciò che serve per riportare giù le salme. Gino Bianchi, il responsabile del 118 va avanti e indietro lungo il corridoio, il dottor Luigi Calvisi racconta della sua amicizia con Walter Bucci, il medico tra i primi ad arrivare sugli sci all’hotel Rigopiano. E poi parla di Serpetti, appena rientrato al lavoro dopo un mese di malattia. Parole sovrastate dalle grida disperate della moglie di Serpetti, anche lei dipendente della Asl. E il pensiero corre ai familiari delle altre vittime del disastro. Alle figlie di Walter Bucci, alla più piccola di 17 anni che continua a chiedere notizie del padre. In direzione sanitaria il manager Rinaldo Tordera visibilmente scosso continua a ricevere persone nella sua stanza. In un’altra vengono dirottati i familiari accompagnati da amici e colleghi. Uno strazio per tutti. «Non si può morire così, per andare a soccorrere chi ha una gamba fratturata», ripetono scuotendo la testa gli operatori del 118 mentre si avviano verso l’obitorio dove sono in arrivo le salme. E lì, sul piazzale affollato di gente, altre lacrime, altro dolore mentre dalle ambulanze vengono scese le salme. «Oggi siamo tutti morti con loro», dice una delle infermiere. «Sarà difficile ricominciare, sarà difficile salire su un elicottero. Qui nulla sarà più come prima».
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