«Qui scuola e lavoro Ora Montesilvano è come casa nostra»

15 Novembre 2022

Gli ucraini ospiti dell’hotel Excelsior e la loro seconda vita: «Siamo scappati dalla guerra, abbiamo perso già tutto»

MONTESILVANO. «Siamo diventati una grande famiglia, abbiamo trovato lavoro, i nostri figli vanno a scuola in città e ora temiamo di essere separati e di dover ricominciare tutto daccapo». Sono parole piene di preoccupazione quelle degli 88 ucraini ospiti dell’hotel Excelsior di Montesilvano, di cui una quarantina di bambini, che in queste settimane temono di dover lasciare la città adriatica per essere trasferiti altrove, come già accaduto ad altri loro connazionali accolti nel Teramano e poi trasferiti in Campania. All’origine di tale possibilità una decisione - che non dipende né dal Comune di Montesilvano né dagli albergatori della città che si dicono ben disposti a continuare ad accogliere la popolazione ucraina - un decreto legge e un’ordinanza della protezione civile nazionale attraverso le quali è stata sancita la cessazione, entro il prossimo 27 novembre, dell’accoglienza alberghiera per gli ucraini che saranno dirottati in centri di accoglienza. Un cambio che, tuttavia, viene vissuto con grande apprensione dai profughi che soggiornano ormai da 8 mesi a Montesilvano e che, in questa città, hanno trovato non solo un letto in cui dormire, ma anche scuole per i propri figli, medici per le proprie necessità sanitarie e lavori per provvedere alle piccole spese quotidiane.
In questi giorni il grido d’allarme è stato lanciato in particolare dagli ucraini dell’hotel Excelsior che hanno organizzato una giornata ecologica per ripulire la pineta e colto l’occasione per lanciare il proprio appello alle istituzioni nazionali e locali: «Non cacciateci!». Sono tante le storie di integrazione che emergono dalla struttura alberghiera, tutte diverse, ma ognuna caratterizzata dagli stessi elementi comuni: il dramma della fuga, lo smarrimento dell’arrivo in un Paese nuovo, la difficoltà dell’integrazione e, infine, il calore e la certezza dell’accoglienza da parte della comunità montesilvanese.
È il caso di Yana, 36 anni, arrivata a Montesilvano il 9 marzo con i genitori e la figlia di 7 anni dopo aver lasciato la sua casa di Kharkiv e il suo lavoro da estetista. «All’inizio è stato difficilissimo», commenta mostrando le foto della sua casa distrutta. «Ora la mia bambina va a scuola, ha trovato nuovi amici e finalmente si trova bene. Io ho trovato lavoro all’aeroporto di Pescara e l’idea di ricominciare tutto da zero mi spaventa molto».
Terrorizzata dall’idea di lasciare Montesilvano e la comunità ucraina dell’hotel Excelsior è anche Ludmilla, 66 anni, medico in un ospedale di Mariupol raso al suolo.
«Sono arrivata in Abruzzo il primo giugno da sola, dopo aver trascorso tre settimane in un bunker senza cibo, luce e riscaldamento, con meno dieci gradi, bevendo acqua direttamente dalle tubature e con bombardamenti continui all’esterno», commenta con le lacrime agli occhi. «La mia casa è stata distrutta. Non è stato facile smettere di tremare e iniziare a dormire. Qui ho trovato amiche che sono diventate sorelle per me e non so cosa potrei fare se mi separassero da loro».
La stessa preoccupazione è condivisa anche da Tatiana, 53 anni di Donetsk, ospite a Montesilvano con le figlie Katia e Sofia, di 28 e 12 anni, con una sorella e con la madre di 73 anni. «Nel 2014 siamo dovuti scappare una prima volta a causa della guerra e andare a Kiev. Avevamo trovato a fatica la nostra stabilità e a marzo siamo dovute fuggire di nuovo», racconta. «Oggi io lavoro facendo le pulizie, mia figlia maggiore ha trovato impiego come barista e la piccola frequenta la scuola di Villa Verrocchio. Stiamo imparando l’italiano, abbiamo il dottore e ci stiamo integrando con le famiglie italiane: sarà un altro stress andare via da qui e lasciare questa grande famiglia».