Reddito di cittadinanza, «No alla soppressione»

15 Marzo 2023

La protesta: «Giù le mani dal sussidio». Le associazioni: «Ma il sistema non va»

Croce e delizia di una larga fetta d’Italia, e naturalmente d’Abruzzo. A meno di cinque mesi dal superamento del Reddito di cittadinanza – è in scadenza la proroga per la percezione del sussidio – l’Italia del basso reddito e del lavoro precario è andata in fibrillazione. Ad agosto 2023, potrebbero essere 600mila i cittadini italiani occupabili, secondo una prima stima, che diranno addio al Reddito.
IL PRESIDIO
Ieri è andato in scena il presidio dell’Unione sindacale di base (Usb), che a Pescara in via Passolanciano 75, davanti al Centro per l’Impiego, ha alzato la voce a difesa del reddito «perché in questo Paese il lavoro è in gran parte povero, sottopagato, precario e troppe volte irregolare. Difendiamo il Reddito di cittadinanza e rilanciamo le priorità dei settori popolari e precari: un reddito di base universale. E poi, serve un sostegno al reddito, serve un forte aumento dei salari in tutti i settori del lavoro, per garantire condizioni dignitose contro il carovita, l’aumento dei prezzi che avanza in tutti i settori: dalle bollette all’affitto, dalla spesa alla sanità».
le posizioni
Come in tutte le situazioni dibattute l’analisi degli addetti ai lavori è contrastante. Su un aspetto, però, si registra una convergenza: il malfunzionamento di una misura che avrebbe dovuto favorire il reperimento di un’occupazione, ma che in molti casi ha visto invece proliferare gli inoccupati, quelli cioè che hanno percepito il sussidio standosene a casa e senza lavorare. Il sistema, a quel punto, è andato in tilt e ha fatto emergere le lacue della legge.
LA CNA
Per Letizia Scastiglia, direttore Cna di Chieti, «è chiaro che per una fetta della popolazione il Rdc è stato un supporto reale, non solo nella fase del Covid, ma anche nella fase successiva». «Alcune persone», argomenta, «hanno potuto abbandonare la misura perché sono riuscite a trovare un’attività lavorativa. Altre, invece, questa stessa possibilità non l’hanno avuta. È fallita la fase successiva dell’accompagnamento, cioè il ruolo che doveva avere il “navigator”».
Su questa figura, in effetti, si sono registrate grosse perplessità. «Ho avuto diverse testimonianze», conferma Scastiglia: «c’è chi ne ha parlato bene e chi ne ha parlato male. Quello che è mancato è l’anello finale. La promozione e la ricollocazione del soggetto non avvengono d’emblée in un’azienda, soprattutto in quelle piccole che costituiscono la struttura del nostro Paese».
Evidentemente alla ricetta mancava qualche ingrediente. «C’è bisogno di formazione», precisa infatti il direttore della Cna chietina, «e di far avvicinare il percettore del Reddito alle esigenze dell’impresa. È questa la parte debole. Ora, rispetto alla misura varata a inizio anno che consentirà le proroghe, dopo sette mesi, per altri diciotto, è chiaro che ci sono tante persone preoccupatissime. Perché molte famiglie sono andate avanti con quell’unico reddito e quindi perderlo significa tornare a una situazione di precarietà».
Ma al sussidio forse si è anche ricorso troppo. «Effettivamente c’è anche il rovescio della medaglia», conferma Scastiglia. «Questo va detto, perché spesso le misure che servono per migliorare le condizioni dei cittadini, poi assumono un carattere eccessivamente assistenziale e non c’è lo stimolo al ricollocamento. In questo la parte dei “navigator” o dei servizi sociali dei Comuni dovrebbe avere un ruolo più incisivo. In alcune realtà comunali, i percettori del Reddito di cittadinanza hanno potuto svolgere attività utili nel sociale. Ricordo una persona che svolgeva funzioni di custode all’ingresso dell’Aurum a Pescara, alternandosi ad altri che erano assunti. Ma c’erano altre realtà, come per esempio il Comune di Lanciano, che utilizzava i percettori per fare assistenza o altro nelle Rsa». Secondo la Cna questo meccanismo funziona «se c’è una rete consolidata sul territorio che consente di far funzionare il tutto. La carenza riguarda più che altro la parte istituzionale, che ha reso poi inefficace la misura che era stata pensata in maniera corretta».
confesercenti
Secondo Gianni Taucci, direttore provinciale di Confesercenti Pescara, «la causa principale per cui il sistema non ha funzionato è che l’attività assistenziale alle famiglie, e in particolare a quelle i cui componenti non sono riusciti a trovare lavoro, non è stato un sistema completo. Perché la parte dell’inserimento nel mondo del lavoro non ha funzionato». «Mi spiego meglio:», continua Taucci: «laddove esistono figure collocabili e che quindi hanno requisiti validi per poter essere collocate, il sistema non ha saputo incrociare domanda e offerta. Questa scarsa capacità di far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro ha determinato che il processo diventasse un’assistenza economica alle famiglie meno abbienti e basta». Taucci fa una precisazione: «Ricordiamoci sempre che il lavoro per tutti non c’è, per cui va bene avere un certo tipo di assistenza. Se la misura fosse andata a frutto completamente, forse avremmo avuto la ricollocazione di alcune figure nel mondo del lavoro, sottraendole alla posizione di inoccupati e disoccupati. Per quanto riguarda i mestieri che qualcuno non vuole fare, anche se sono mestieri di basso profilo bisognerebbe avere le capacità per farli. È naturale che per raccogliere i pomodori bisogna avere il fisico, è difficile mandare un 60enne nei campi del Fucino, ad esempio. Dopodiché, all’interno del quadro di chi percepisce il Reddito di cittadinanza ci sono persone che appartengono a una classe di inoccupati da troppo tempo, che forse avrebbero dovuto essere assistiti prima in una ricollocazione».
Anche Confesercenti lamenta la mancanza «di una formazione ad hoc ben definita e di una verifica per capire se ci sono le competenze per poter essere inseriti nel mondo del lavoro». «Noi», sottolinea, «abbiamo vissuto queste situazioni, ma se c’è un 60enne che non lavora da quindici anni perché è stato sfortunato, è difficile ricollocarlo. Alle aziende servono figure che abbiano una mente pronta per ricominciare a lavorare. Ci sono soggetti in situazioni critiche che quella capacità non ce l’hanno. Anche una parte di soggetti giovani deve essere formata per poter svolgere certe attività».
Ma è sulla inefficacia della chiamata che permane la principale difficoltà. «La condizione di percettore del Rdc termina dopo tre anni», conclude Taucci, «e se rifiuti per tre volte il lavoro, il sussidio viene sospeso. Ma il percettore di Reddito da troppo tempo è fuori dal mondo del lavoro e per favorire il suo riposizionamento non basta fare formazione: è necessario assisterlo in un processo di cambiamento. La percentuale dei percettori, tolti quelli che hanno difficoltà di carattere fisico e di età, è molto bassa e hanno svolto lavoro di pubblica utilità, senza tirarsi indietro».
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