Renzi riparte dal Pd Congresso e primarie per tornare vincente

12 Dicembre 2016

Oggi la direzione del partito. La minoranza all’attacco «Deve dimettersi, ci vuole un traghettatore alla Epifani»

ROMA. Matteo Renzi prova a ripartire dal Pd. Anticipare il congresso per essere riconfermato segretario e candidato premier e fare una volta per tutte i conti con la minoranza che ha votato No contribuendo alla sconfitta sul referendum. E prepararsi per riconquistare palazzo Chigi. Matteo Renzi, come il Conte di Montecristo, mette a punto il piano della vendetta e da Pontassieve, dove è tornato nella notte, annuncia: «Sono pronto a ripartire». Ma la minoranza del Pd prova a mettergli i bastoni tra le ruote. E alla vigilia della direzione di oggi, alla quale non è chiaro se parteciperà anche Renzi, con il bersaniano Davide Zoggia manda un messaggio chiaro. Se Renzi vuole anticipare il congresso, deve dimettersi come prevede lo statuto. E a portare il partito al congresso deve essere un altro segretario, un «traghettatore» alla Guglielmo Epifani, il dirigente che guidò il Pd dopo le dimissioni di Pier Luigi Bersani. Una tesi subito respinta dai renziani e da Matteo Orfini. «Le dimissioni da segretario? Decide lui», dice il presidente del Pd a Luicia Annunziata.

È alle due di notte che Matteo Renzi torna a farsi sentire dopo quasi 48 ore di silenzio, con una confessione via Facebook. «Torno a casa davvero, riparto da capo facendo tesoro degli errori e ai milioni di italiani che vogliono un futuro di idee e di speranze per il nostro Paese dico che non ci stancheremo di riprovare e ripartire», scrive il segretario ammettendo che ha provato tristezza a dover fare gli scatoloni dal terzo piano di palazzo Chigi per tornare a casa. «Non sono un robot», dice. Renzi rivendica i «mille giorni davvero fantastici» del suo governo e fa l’elenco «impressionante delle riforme» e ammette l’amato in bocca per ciò che non ha funzionato e la delusione per la riforma costituzionale. Ma non c’è alcuna autocritica. «Un giorno sarà chiaro che quella riforma serviva all’Italia», scrive. «Torno semplice cittadino, non ho paracadute, non ho un seggio parlamentare non ho stipendio nè vitalizio: riparto da capo come è giusto che sia». Ma il suo non è un addio; è un arrivederci. E la sua ripartenza comincia nel partito che vuole portare al congresso anticipato per riprenderne la leadership e prepararsi alla sfida delle prossime elezioni che l’ex premier spera siano il prima possibile, anche per chiudere i conti con gli avversari interni che confida di poter escludere dalle liste.

Uno schema di gioco che cozza con la realtà del Pd che arriva sfiancato al passaggio della caduta del governo Renzi. E più diviso che mai. Anche tra chi ha sostenuto con forza Renzi c’è malessere. I rapporti con Dario Franceschini, per esempio, si sono molto deteriorati. Il ministro della Cultura non ha gradito affatto i retroscena usciti la scorsa settimana che lo dipingevano a capo dei congiurati contro il segretario premier. È convinto che siano stati diffusi da uomini vicini all’ex premier. Ora i due hanno siglato una tregua, ma è una tregua armata. Tanto che Franceschini, che controlla la maggior correte del Pd e molte truppe in Parlamento, avrebbe rifiutato il ministero degli Esteri. Un modo per tenersi le mani libere in vista del congresso. Poi c’è tutta la pattuglia della sinistra dem che invoca discontinuità nell’azione di governo: a partire dal lavoro e dalla scuola. E ci sono i possibili sfidanti di Renzi al congresso. Enrico Rossi, il governatore della Toscana, che dice che ci vuole più sinistra per tornare a vincere. E da Bari Michele Emiliano fa capire che al congresso ci sarà anche lui a sfidare dal Sud l’ex rottamatore.

Tutte questioni che saranno affrontate a partire da sabato prossimo quando a Milano si riunirà l’assemblea del Pd, un passaggio decisivo per fissare la data del congresso che Matteo Renzi vorrebbe fissare entro febbraio-marzo, ma che la minoranza tenta di far slittare. Motivo? I renziani sostengono che il vero motivo della richiesta di rinviare l’assise è perché non c’è ancora un candidato forte da contrapporre a Renzi.

Oggi intanto è convocata la direzione del Pd. Renzi ha fatto sapere che non è ancora sicuro che parteciperà «Sarebbe una cosa inaudita», protestano dalla sinistra che fa capo a Bersani.

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