Restituto Ciglia tra gassose, re e burle col Vate

Il 91enne storico dell’arte racconta un secolo di Pescara «l’ingrata»: amici, politici e amori
PESCARA. «Ho ereditato da papà l'amore per l'arte e da mamma la loquacità".
Restituto Ciglia, 91 anni compiuti due giorni fa, insegnante e storico dell'arte in pensione dal 1988, vedovo di Miranda Tinacci, latinista sposata nel 1949, 4 figli (Carlo, Francesco Paolo, Antonio e Grazia Maria) e 9 nipoti (Daniele, Raffaella, Stefania suor Maria Ruth, Andrea, Matteo, Emanuele, Simone, Giacomo e Francesco) una memoria di ferro, è instancabile nel raccontare la sua vita inimitabile a chiunque vada a salutarlo nell'abitazione in pieno centro cittadino.
Figlio dell'ultimo litografo di Pescara, Cetteo Ciglia, e di Grazia Maria Ricci, figlia del teatino Giustino, il primo editore di Gabriele D'Annunzio, è nipote di nonno Restituto (dal quale eredita il nome), piemontese e fondatore della prima fabbrica di gazzosa a Pescara, nel tratto della ex via Conte di Ruvo che oggi è via Marco Polo dove era situata la prima abitazione dei Ciglia bombardata il 14 settembre 1943.
La vita dei Ciglia si intreccia con personaggi storici come il Vate, Basilio Cascella, Re Umberto I e Vittorio Emanuele III. Una famiglia che lascia impronte nel manto della Madonna dei Sette Dolori, («che ho decorato a mano») nelle stampe pubblicitarie dell'Aurum dei fratelli Pomilio e del Parrozzo D'Amico, con l'inchiostro sparso sulle pietre della Baviera.
Proprio nell'attuale via Marco Polo, angolo via Caboto, inizia la parabola pescarese del professor Restituto (primi incarichi alla media Paratore e alle magistrali Marconi, poi vice preside al liceo Luca da Penne di Penne dal 1950 al 1975 e quindi prof allo scientifico Galilei di via Balilla dal 1975 al 1988) che nacque a Porta Nuova il 20 maggio 1925 e che nel suo studio, colmo di ricordi, stampe, quadri («La Maddalena del Tiziano la donerò al Museo Cascella») e tavolozze, ricostruisce l'albero genealogico della famiglia.
Nonno Restituto (nato il 27 maggio 1854) era originario di Castelbaldo, provincia di Cuneo e nel 1880, all'età di 26 anni, sposò a Milano Francesca Crippa, all'epoca diciottenne. Dalla coppia nacquero Cetteo,(concepito tra la Lombardia e il Piemonte ma nato a Pescara il 13 maggio 1882) Pietro, (che in seguito rilevò l'impresa di famiglia riunita alle ex fabbriche Torlontano e Di Donato con imbottigliamento della Pepsi Cola) Luigi (impiegato in una società tranvaria a Milano) e Gaetano che rimase orfano all'età di sei anni perchè la madre Francesca morì per un aborto a 42 anni. Nonno Restituto, addolorato, la seguì un anno dopo. Erano i primi del Novecento.
Perché suo nonno Restituto decise di venire a Pescara?
«Mio nonno seppe che in Abruzzo non esisteva la gazzosa, di cui era produttore. Quindi contattò una serie di sindaci della regione perché voleva impiantare uno stabilimento. Pescara fu la prima città a rispondere al so appello, i miei nonni vi si stabilirono nel 1882 in quella che all'epoca era via Conte di Ruvo fino alla capitaneria di porto e l'anno seguente, nel 1883, nacque la prima fabbrica che il nonno fondò col fratello Calisto. All'epoca i pescaresi bevevano l'acqua del fiume nelle conche di terracotta. I mei nonni prelevavano dal sottosuolo l'acqua che serviva per fare le gassose vendute nelle bottigliette di vetro con i tappi di sughero. Anni fa un esemplare fu ritrovato da mio figlio Carlo in un podere agricolo di Spoltore. Ma in quegli anni il nonno acquistò anche una fabbrica di laterizi in Dalmazia, a Knin vicino Spalato e a Pescara li trasportavano con un barcone».
Morto Restituto senior la fabbrica chiuse, ma come si passò dalla rivendita di gassose all'arte litografica?
«Perché nel frattempo mio padre Cetteo, a circa 13 anni, iniziò a frequentare la vicina bottega di Basilio Cascella, per seguire le orme del Maestro. Apprese i primi rudimenti, all'epoca si stampava col torchio, ma a un certo punto Cascella gli disse: "Cettè, io più di tanto non ti posso dare, quello che ti ho insegnato è tutto quello che so. Se vuoi continuare su questa strada devi andare a Milano", a quei tempi capitale della litografia. Papà, aiutato dalla vasta parentela in loco, partì e alloggiò in casa di zia Marietta. Fu assunto nello stabilimento più prestigioso, quello di un abruzzese, Nicola Moneta di Lanciano. Divenne un talento negli abbozzi e nella grafica e decise di mettersi in proprio. Nonno Restituto, lungimirante, nel frattempo gli aveva acquistato una serie di strumentazioni dalla litografia Carabba di Lanciano, quindi mio padre tornò a Pescara e nel 1921 fondò la prima litografia Ciglia, accanto alla casa di via Marco Polo. Faceva venire le pietre direttamente dalla Baviera. Inizialmente gli affari andavano maluccio, ma poi la svolta economica arrivò con le stampe commissionate dai Pomilio e D'Amico. E col commercialista Zazzetta elaborarono una cartolina ricordo dell'unificazione tra Castellamare e Pescara, nel 1927. Mio padre si chiama Cetteo in onore del patrono della città che ha fatto la fortuna dei Ciglia».
Lei , dunque, conobbe Basilio Cascella?
«Da bambino andavo nel suo studio e gli facevo compagnia mentre, sdraiato su un divano, mi raccontava le sue giornate e mi chiedeva se la sua vita potesse interessare a qualcuno. Gli rispondevo “certo Maestro!” Mi rivelò di voler scrivere una biografia intitolata “Giuro di dire la verità, nient'altro che la verità” ma non fece in tempo. Si trasferì a Roma per fare il deputato, ma tornava in vacanza a Pescara e veniva da noi (all'epoca abitavamo in una casa in via Nicola Fabrizi) a gustare il brodetto di pesce che preparava mamma. Il 21 agosto 1947, mentre Basilio parlava con papà, presi carta e carboncino e disegnai il suo profilo. Mi vergognavo a farglielo vedere ma lui me lo strappò quasi di mano e mi fece una dedica: “Visto e approvato, Basilio Cascella”».
A questo punto, la storia dei Ciglia si intreccia con altri personaggi che hanno fatto la storia d'Italia.
«Sì, mio padre, il 10 maggio 1910, prende in sposa Grazia Maria Ricci nella cattedrale di San Giustino a Chieti. Dalla coppia nacquero a Milano, Francesca, Lina e Pierino e a Pescara (all'epoca non ancora unificata) Teodolinda e Restituto. Mia madre è figlia di Giustino, tipografo del Marrucino, che fu il primo editore di Gabriele D'Annunzio. Quando il Vate, sedicenne, si presentò al nonno con i fogli scritti, egli lo guardò incredulo. Troppo giovane per un grande talento. Ma D'Annunzio lo convinse: “Don Giustì, io vi pago”. Il giorno dopo tornò col padre e pattuirono la cifra di 500 lire per pubblicare “Primo Vere” in 500 copie. La prima fu inviata da nonno Giustino al re Umberto I che lo nominò Cavaliere del Lavoro e che in seguito fece parte del corteo reale di Vittorio Emanuele III. Papà, tra l'altro, fu anche compagno alle elementari di Mario D'Annunzio, il figlio del poeta».
Lei ha ereditato da Cetteo la passione per il disegno, ma non ha voluto proseguire l'attività di famiglia.
«Era impensabile, i tempi stavano cambiando. I vecchi macchinari riuscivano a produrre 500 copie l'ora contro i 5000 delle nuove apparecchiature, non avrei retto la sfida con i mercati. Papà morì il 13 novembre 1959 a 77 anni. Per un periodo l'attività fu portata avanti dal fratello Gaetano e da mia sorella Teodolinda, poi chiuse nel 1960 e fu ceduta allo stampatore Carlo Ballerini».
A chi deve la sua carriera come insegnante e storico?
«Il mio grazie va al docente di disegno Paride Pozzi che mi chiedeva spesso di aiutarlo a smaltire i numerosi incarichi che gli assegnavano; nel 1944 lo sostituii alle magistrali Marconi e poi mi diede l'incarico di disegnare il manto della Madonna dei Sette Dolori ».
Dove si trovava il 31 agosto 1943, giorno del primo bombardamento di Pescara?
«Erano le 13.15, eravamo a pranzo. Ci affacciammo alle finestre, la gente urlava terrorizzata. Le fortezze volanti in cielo sganciavano bombe respinte dai caccia della nostra aviazione. Una bomba cadde nel nostro giardino e una fila di gente insanguinata si lavava alla vicina fontanella. La sera lasciammo la casa di via Fabrizi e ci rifugiammo da zia Giulia, sorella di Pelmo Passeri, alla pineta. Quindi, sfollammo tra Ortona e Francavilla».
Il miglior sindaco di Pescara?
«Antonio Mancini, mio grande amico».
Un allievo illustre?
«Luciano D'Alfonso. Era il mio pupillo, brillante e curioso. Prendeva sempre voti alti, ficcava il naso dappertutto, ma oggi è troppo parolaio».
Se le offrissero il Ciatté d'Oro?
«Lo rifiuterei (gioca a fare l'offeso ndc): amo profondamente Pescara ma Pescara non si è mai ricordata di me».
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