«Ricordiamo Russo il giornalista ucciso per il suo coraggio»

28 Ottobre 2022

Parla il cugino Michele, presidente della Fondazione: Antonio documentò le torture fatte dai russi in Cecenia

FRANCAVILLA. Torna domani, a distanza di dieci anni, il premio Antonio Russo, reporter di guerra francavillese assassinato in Cecenia il 16 ottobre del 2000, all’età di 40 anni. Giornalista freelance e inviato a lungo per Radio Radicale, nel corso della sua carriera Russo ha esplorato i teatri di guerra sparsi in ogni angolo del mondo, dall’Africa all’Europa dell’Est, andando a caccia di quella verità a volte difficile da scovare, e ucciso proprio per questo a Tblisi, dove avrebbe raccolto prove delle torture perpetrate dall’esercito di Vladimir Putin ai danni della popolazione locale. «Mio cugino era un amante della libertà e gli piaceva raccontare la parte più debole e più scomoda dell'’nformazione», dice oggi Michele Russo, presidente della Fondazione Antonio Russo che organizza il premio. «Antonio non si limitava a fare il suo lavoro, gli piaceva andare oltre, dove molti dei suoi colleghi non si spingevano. Nella guerra in Kosovo si è mischiato tra profughi e rifugiati per documentare le violenze subite dalla popolazione, rischiando la vita».
E ancora: «Spesso molte emittenti, anche internazionali come quelle inglesi o americane, si collegavano con lui per ascoltare una versione dei fatti inedita rispetto a quanto conosciuto. Quando arrivava in una località, si fermava solo una notte nell’albergo a disposizione dei giornalisti: poi viveva per strada, tra la gente del posto». E sull’uccisione in Cecenia aggiunge: «Probabilmente in quella circostanza si è spinto ancora più in avanti, se vogliamo. La sera prima della cattura e dell’uccisione fece una telefonata con sua mamma, mia zia Beatrice, dove le raccontò di aver documentato torture atroci commesse dall’esercito russo e che di lì a poco sarebbe rientrato con tanto materiale da consegnare non solo ai media, ma che avrebbe portato all’attenzione della Corte dell’Aia. Riteniamo che quella telefonata fu intercettata e lui fu rapito e ucciso per questo. Del resto, insieme a lui sparirono anche la telecamera e tutti i suoi appunti».
E sul premio, Michele Russo conclude: «È l’unico vero riconoscimento dedicato al reportage di guerra. Lo abbiamo curato per i primi dieci anni, poi da quando mia zia nel 2010 è venuta a mancare c’è stato un rallentamento. Ora lo riproponiamo con entusiasmo, senza dimenticare l'impegno nelle scuole che la Fondazione ha continuato a visitare costantemente».