Rigopiano, Appello determinante per rivisitare il primo grado

La procura di Pescara ha accolto l’esito del processo con serenità, il ricorso si è rivelato decisivo L’inserimento dell’ex prefetto Provolo e del capo di gabinetto la vera novità decisa dalla Corte
PESCARA. «Questa procura ha accolto con serenità l’esito di questo processo di secondo grado che rappresenta un momento importante del cammino giudiziario verso l’accertamento della verità». È il commento del procuratore capo di Pescara, Giuseppe Bellelli, che, insieme ai suoi sostituti Anna Benigni e Andrea Papalia, ha seguito con grande impegno il processo di primo grado e stilato con loro il ricorso in appello sulla tragedia di Rigopiano dove il 18 gennaio del 2017 persero la vita 29 persone sotto le macerie dell’hotel spazzato via da una valanga. Processo che si è concluso mercoledì scorso con la conferma delle condanne di primo grado (a carico dei due provinciali Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio condannati a 3 anni e 4 mesi ciascuno, e del sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, cui è stata confermata la pena di 2 anni e 8 mesi) e con l’inserimento di altre tre condanne che riguardano il funzionario del Comune di Farindola, Enrico Colangeli (2 anni e 8 mesi come il sindaco Lacchetta), l'ex prefetto Francesco Provolo (un anno e 8 mesi per falso e omissioni di atti d’ufficio) e il suo capo di gabinetto, Leonardo Bianco, condannato per gli stessi reati a un anno e 4 mesi: reati però non ricollegabili né al disastro dell’hotel né tantomeno al depistaggio.
APPELLO DECISIVO «La sentenza della Corte d’appello», prosegue Bellelli, «e tutto il processo per come si è svolto, dimostrano l’importanza del ricorso della pubblica accusa di cui si parla molto. Se non ci fosse stato, non ci sarebbe stato il processo appena concluso e non sarebbero state riviste alcune posizioni». Il numero uno della procura pescarese si riferisce probabilmente alle voci che circolano da tempo su una possibile abolizione del ricorso d’appello da parte della procura. «Meno male che abbiamo ancora la possibilità di farlo», esplicita il procuratore, «è proprio grazie a questo appello che è stato possibile rivisitare alcune posizioni. Un processo importante, seguito con estrema attenzione da tutta la stampa, locale e nazionale, e dalle famiglie delle vittime. Senza questo strumento processuale, si sarebbe chiuso tutto dopo il primo grado, mentre oggi certe posizioni sono state riviste. Senza l’appello non avremmo avuto questo processo e questa sentenza che, ripeto, abbiamo comunque accolto con molta serenità».
VALANGA E DISASTRO La sentenza emessa dalla Corte d’appello, presieduta da Aldo Manfredi, cristallizza comunque due punti fondamentali: l’imprevedibilità dell’evento valanga e quindi l’inesistenza del reato di disastro colposo, che resterà comunque la questione più delicata dell’intero processo e che viene ormai consegnata alla storia giudiziaria di questo Paese visto che le sentenze hanno confermato la colpa per le morti, ma non per il disastro legato al crollo dell’hotel; e poi l’assenza del reato di depistaggio di cui erano stati ritenuti responsabili i prefettizi con in testa l’ex prefetto Provolo. Una sentenza di secondo grado che conferma quindi in toto quella emessa dal gup pescarese Gianluca Sarandrea che giudicò tutti e 30 gli imputati con il rito abbreviato, giungendo ad emettere cinque condanne e 25 assoluzioni. Oggi le assoluzioni scendono a 22 e le condanne salgono a 8, ma l’impianto del tribunale di Pescara ha retto alla verifica della Corte d’appello, dando ragione a quanto sentenziato in primo grado sugli argomenti cardine del processo. È vero che bisognerà attendere il 10 maggio per poter leggere le motivazioni dei giudici aquilani, ma è pur vero che la questione del disastro colposo non è stata scalfita dalla Corte, così come è stato definitivamente cancellato quel troncone che riguardava il depistaggio della prefettura sulla telefonata di aiuto del cameriere del resort, Gabriele D’Angelo (poi diventato una delle 29 vittime della tragedia): quella telefonata di aiuto lasciata cadere nel vuoto. E il dispositivo letto dal presidente Manfredi va proprio in questo senso: ed è la stessa Corte che lo afferma esplicitamente. La differenza tra il primo e il secondo grado riguarda dunque solo le tre posizioni citate. E cioè la condanna del funzionario del Comune di Farindola, Enrico Colangeli (assolto in primo grado), responsabile dell’ufficio tecnico, «unicamente per il delitto di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime... ritenendo configurabile, per lo stesso, profili di responsabilità in cooperazione colposa con il sindaco Lacchetta». Vale a dire, abbiamo deciso la conferma della condanna del sindaco e quindi Colangeli, avendo collaborato con Lacchetta va ugualmente condannato e alla stessa identica pena del sindaco.
L’EX PREFETTO Quanto all’ex prefetto Provolo e al suo capo di gabinetto, Leonardo Bianco, le condanne sono per falso e omissione di atti d’ufficio: questioni completamente slegate sia dalle accuse di omicidio colposo (contenute nel procedimento madre sul disastro), sia da quelle sul depistaggio, perché per la Corte «non è ravvisabile il nesso di causalità tra la ritenuta condotta di falsità ideologica e gli eventi dannosi». Un falso incrociato, possiamo dire, che riguarda le comunicazioni fatte il 16 e il 17 gennaio alla presidenza del Consiglio dei ministri e al ministero dell’Interno, in cui entrambi affermano (da qui il motivo dell’assoluzione della dirigente Ida De Cesaris che non ebbe nulla a che fare con quelle due comunicazioni) di aver attivato il Centro di coordinamento soccorsi dal 16 gennaio mentre sarebbe stato fatto soltanto la mattina del 18 gennaio, giorno della tragedia. Quando già erano arrivate le richieste di abbandonare l’hotel dopo le scosse di terremoto e quando ormai la montagna di neve aveva bloccato l’unica strada di accesso e di fuga dall’hotel.
PARENTI DELUSI Una sentenza che lascia naturalmente insoddisfatte le famiglie delle vittime che si aspettavano o auspicavano qualcosa di molto più importante contro i presunti responsabili: un capovolgimento del primo grado che non c’è stato.
Adesso sarà necessario attendere le motivazioni per decidere il da farsi: per pensare ad un ricorso in Cassazione che, lo ricordiamo, valuta la legittimità di quanto accaduto nel processo di appello, senza entrare nel merito. Scontati, per ora, potrebbero essere i ricorsi dei legali dei condannati. Poi ci sarà l'altro capitolo, quello delle responsabilità in sede civile, ma quello è un altro discorso. Intanto La Corte ha confermato anche il risarcimento civile per 90 parti offese con una provvisionale per 75 di loro di oltre 3 milioni di euro.

