«Rigopiano, c’è una sola verità: questa tragedia si poteva evitare»

Alla fine di una settimana dedicata alle difese dei trenta imputati, lo sdegno dei parenti delle vittime Il sopravvissuto Matrone: «Ho sentito delle cose assurde, mi affido a tutta l’esperienza del giudice»
PESCARA. La montagna di neve che ha seppellito 29 persone è diventata una montagna di carte. E ora che per i familiari si è conclusa forse la parte più dolorosa del processo, le tre udienze della settimana appena trascorsa, nelle quali è toccato alle difese dei 30 imputati raccontare la loro verità sul disastro di sei anni fa, dopo i “non sapevo”, “ho fatto il possibile” e “non era mio compito”, ai genitori di quei morti non resta che ridare voce alle urla disperate dei loro cari, quel mercoledì 18 gennaio 2017, per rimettere al centro un dato inconfutabile: quel giorno se ne volevano andare tutti, e sono morti prigionieri. Lo fa Paola Ferretti, che su Facebook ha pubblicato alcuni messaggi Whatsapp del figlio Emanuele Bonifazi, receptionist dell’albergo, e lo fa Angela Spezialetti, mamma di Cecilia Martella, estetista del resort.
«Panico totale». «Tutti bloccati con 2,5 metri di neve e terremoto». «La gente sta impazzendo» scrive alle 10,47 di quel mercoledì Emanuele alla madre, sei ore e due minuti prima di morire sotto la valanga. «Neve altissima.... terremoto continuo... e sì.. quello era un lampione», è il commento di Cecilia alla foto della montagna di neve che circonda l’albergo che invia alla famiglia su Whatsapp. Parole che, al di là delle responsabilità che accerterà il giudice, da sole bastano a fotografare il prologo di quel disastro che ha fatto 29 morti e segnato la vita degli 11 sopravvissuti. Tra loro Giampaolo Matrone, che sotto neve e macerie è rimasto 60 ore e che lì ha perso la moglie Valentina Cicioni. Alla fine di una settimana processuale pesantissima, scrive: «Ho sentito cose che non stanno né in cielo né in terra. Gli avvocati difensori si sono commossi parlando dei morti, ma subito dopo hanno aggiunto che anche i loro assistiti da sei anni stanno vivendo un incubo, hanno i beni sequestrati, sono senza soldi, umanamente stanno male, paragonando la loro situazione alla nostra. Sappiano che la nostra tragedia non è paragonabile a nulla e nessuno».
E riguardo alle argomentazioni delle difese, il pasticciere di Monterotondo oggi 39enne aggiunge: «Ho ascoltato tesi assurde, che il 17 gennaio la strada sarebbe stata pulita tanto che si vedeva l’asfalto, che la colpa sarebbe stata dell’albergatore e pure nostra perché non sarebbe stato rispettato il “Piano terremoto” e dopo le scosse saremmo dovuti uscire nel piazzale dell’albergo, restare lì e rientrare solo dopo un sopralluogo che certificasse l’agibilità della struttura. Così saremmo morti tutti di freddo», commenta Matrone, «considerato che i soccorsi sono arrivati due giorni dopo. E non parliamo della turbina, che prima non era disponibile, poi non si sarebbe potuta “sottrarre” ad altre zone che avevano bisogno, e che infine, secondo il legale del prefetto, anche se fosse stata mandata prima, non sarebbe arrivata in tempo e non sarebbe servita a evitare la tragedia. Ma al di là del fatto che non posso credere che il prefetto fosse all’oscuro della situazione di Rigopiano, se la turbina fosse partita prima, di giorno, con la luce e con 10 ore di nevicata in meno, ci avrebbe impiegato molto meno, e per me che ero lì sotto, anche un’ora avrebbe fatto la differenza».
Assistito dall’avvocato Andrea Piccoli, Matrone conclude: «La realtà è che c’è stato uno scaricabarile tra Enti, la Provincia di Pescara che incolpa il Comune di Farindola, quest’ultimo che attacca la Regione, la Prefettura la Provincia, e viceversa. Questo a conferma che la verità è quella che sappiamo tutti, e cioè che questa tragedia si poteva e doveva evitare. Il problema non sono stati la neve o il terremoto in sé, ma il menefreghismo e l’incuria di tutte le persone che hanno mal gestito il Piano Neve e l’emergenza neve a Rigopiano in quei drammatici giorni».
Di qui l’appello al giudice, «mi affido a tutta la sua esperienza e intelligenza», e una promessa: il giorno della sentenza, il 23 febbraio, «io e mia figlia Gaia, 11 anni, saremo in prima fila. Quando leggerà la sentenza dovrà guardarla negli occhi».

