Rincari per alimenti e bevande: 357euro in più per ogni famiglia

28 Aprile 2022

L’economista Mauro: «C’è il rischio di impoverimento delle famiglie e delle imprese»

L’Abruzzo ha l’inflazione più alta in Italia. E, anche per questo, è tra le regioni che subisce i maggiori aumenti dei prezzi dovuti alla crisi energetica e alla guerra in Ucraina.
Mediamente, infatti, una famiglia abruzzese spenderà quest’anno 357 euro in più per mangiare e bere. Si tratta, in questo caso, del settimo dato più alto in Italia, secondo uno studio dell’Unione Nazionale dei Consumatori diffuso nei giorni scorsi e basato sui dati pubblici dell’Istat. Crescono quindi anche il cibo e le bevande, dopo i rincari nel prezzo del carburante, dei riscaldamenti e dell’elettricità.
Tra le province con l’inflazione più alta in Italia se ne trovano due abruzzesi: quella di Teramo (al decimo posto) e quella di Pescara (al 26esimo).
«Non vedevamo una situazione del genere a livello internazionale dal 1991, speriamo che la guerra finisca presto», commenta l’economista e docente universitario abruzzese Pino Mauro, «la nostra regione rischia ora di non riuscire a riassorbire il crollo del Pil vissuto durante la pandemia e di vedere invece impoverite famiglie e imprese, con inevitabili ripercussioni nei consumi e poi nell’occupazione».
LA CLASSIFICA DELLE REGIONI
L’Abruzzo quindi è settimo per gli aumenti di cibo e bevande secondo lo studio dell’Unione Nazionale dei Consumatori: quest’anno le famiglie spenderanno 357 euro in più rispetto al 2021 per mangiare e bere. Il dato abruzzese è di 33 euro superiore alla media nazionale e di 129 euro maggiore al rincaro previsto in Lombardia, che è la regione meno colpita dagli aumenti dei prezzi.
Con i suoi rincari medi annui di 420 euro per l’acquisto di cibo e bevande da parte della famiglie, alla guida della classifica delle regioni c’è invece la Basilicata. La regione lucana condivide però con l’Abruzzo il triste primato dell’inflazione più alta nel mese di marzo: 7,1%. La media nazionale è nettamente inferiore: al 5,8%. Una inflazione alta vuol dire anche prezzi più alti e minor potere d’acquisto dei cittadini e delle famiglie e, di conseguenza, meno consumi e ulteriori difficoltà in arrivo per le imprese.
LE PROVINCE PIù COLPITE
Non a caso, visto il record nella classifica delle regioni, tra le province con inflazione più alta in Italia ne compaiono due abruzzesi: quella di Teramo, che con il suo 7,3% si piazza al decimo posto, e quella di Pescara, 26esima con il 6,6%.
Confinante e per tante ragioni interconnessa con quella teramana, al quinto posto in Italia si trova la provincia marchigiana di Ascoli Piceno, con l’8% di inflazione media a marzo. Mentre a guidare la classifica delle province più penalizzate c’è quella ligure di Imperia, che ha fatto registrare un’inflazione dell’8,4%.
I TIMORI DELL’ECONOMISTA
Vista la situazione abruzzese e lo scenario mondiale, l’economista Mauro non nasconde le proprie preoccupazione per il prossimo futuro se il conflitto ucraino dovesse continuare ancora.
«L’aumento dei prezzi è in corso al livello internazionale, lo vediamo anche negli Usa, in Germania e in tutta Europa. È mediamente di circa il 7%», premette commentando i dati dello studio, «una parte è dovuta al caro energia, una parte agli aumenti dei beni alimentari, un’altra all’interruzione delle forniture di prodotti fondamentali per la manifattura, come i semi-conduttori. A peggiorare questo scenario c’è la forte influenza del conflitto».Poi ancora: «Una situazione di aumento dell’inflazione come questa non la vedevamo dal 1991. Mi auguro che la guerra finisca presto, oppure rischiamo la stagnazione-inflazione, anche quindi con bassa crescita del Pil. Fondamentale per rilanciare l’economia è il Pnrr: bisogna accelerare gli investimenti pubblici per compensare questa prospettiva non esaltante».
Quindi nel dettaglio sulla nostra regione: «L’aumento dei prezzi colpisce anche l’Abruzzo, che si trovava in una fase di transizione e stava riassorbendo il crollo del Pil del 2020. Sono tre i rischi di questa situazione: la caduta dei consumi, preoccupante perché proprio mentre si era in fase di ripresa; redditi più bassi e rischio di allargamento della fascia di povertà; instabilità e incertezza che possono portare al rinvio degli investimenti importanti da parte delle imprese. L’effetto ultimo è che ne può risentire l’occupazione».
Conclude quindi l’economista Pino Mauro: «Anche in Abruzzo ci si attendeva nel 2022 un Pil in crescita del 4%, dopo la caduta dell’8% del 2020. Ma sarà difficile mantenere questo dato, vista la situazione che si è venuta a creare. Il Pil abruzzese potrebbe quindi seguire la linea nazionale, le cui stime di crescita del Pil sono state ritoccate dell’1,3% e si attestano al 2,7%».