Roberta dopo la morte del piccolo Mattia: «Grazie ai miei tre figli ho trasformato il dolore in speranza»

Mattia Micarone aveva 4 anni

11 Maggio 2026

Al suo bambino, scomparso a 4 anni per una cardiopatia congenita, la donna ha dedicato il progetto “Città in sicurezza”: già 13 i defibrillatori donati

PESCARA. La potenza dell’amore è una mamma che fa rinascere il suo bambino ogni giorno. Anche se lui non c’è più. È Roberta Palmieri, 36 anni «e tre figli», puntualizza lei, anche se appunto Mattia non c’è più. Perché, dice Roberta che lo racconta al mondo ogni giorno dalla sua pagina Facebook “Roberta Mattiapersempre Palmieri”, «Mattia c’è». E non solo dentro i video e le foto che pubblica quotidianamente ricevendo centinaia di messaggi, ma perché quel bimbetto tutto occhi e sorrisi, nei suoi quattro anni di bellezza interrotti dalla grave cardiopatia congenita il 27 dicembre del 2023, ha dato il nome a un’associazione (“Progetto Mattia città in sicurezza) che in due anni ha già donato 23 defibrillatori. E non solo.

Roberta, come sta oggi, dove trova la forza?

«La forza non si trova, bisogna darsi degli obiettivi. Quando Mattia se n’è andato il mio primo pensiero è stato “mi butto”. Nel momento in cui pensavo questo, Carlo mi dice, “mamma me ne fai un altro?”. Quello per me è stato il segno più grande che potessi ricevere. Ho capito che dovevo vivere per i miei figli. Il lutto ti porta negli abissi e poi a toccare il cielo il momento dopo. Servono piccoli obiettivi tutti i giorni. Io sono per un giorno alla volta, non so dove si trova la forza, ma vorrei dire a chi ha perso dei figli che non sono soli. Purtroppo siamo tanti, cercare appiglio negli altri genitori aiuta. Molte persone si sono ancorate molto a Mattia, è stato di esempio per altri genitori che si sono trovati a vivere la stessa situazione e il fatto che possa nascere qualcosa di buono sempre, che si possa costruire sul dolore, aiuta. Nessuno mi ridà Mattia, lo so, ma quando con uno dei defibrillatori che abbiamo donato con l’associazione sento che è stato salvato un ragazzo, com’è successo, per me è un pezzettino di Mattia che torna dentro di me. E poi tantissime persone si sono avvicinate».

Il suo primogenito le ha chiesto un altro fratellino e poi è arrivato Angelo. Com’è andata?

«In realtà quando è morto Mattia ero incinta di dieci settimane. Angelo è nato a luglio 2024. E sono certa che non è stato casuale. Dopo Mattia non avrei fatto un altro figlio, e invece proprio i miei figli mi hanno salvato la vita. Carlo emotivamente, perché ha bisogno di vedermi stare bene e Angelo fisicamente, perché quando è arrivato aveva bisogno di me, mi hanno dato un motivo per continuare a esserci ».

E come lo ha accolto, in mezzo a tutto quel dolore?

«Nel momento in cui è nato Angelo si sono scatenate tutte le emozioni che cercavo di mantenere sopite da quando se n’era andato Mattia. Perché quello che non si racconta è che dopo il lutto devi sopravvivere per chi hai a fianco. Io avevo mio figlio, mio marito, la mia famiglia. L’arrivo di Angelo mi ha permesso di lasciarmi andare, di buttare fuori tutto quello che stavo cercando di mantenere dentro. Penso di non aver mai pianto come quando è nato lui. Affrontare una gravidanza con un lutto addosso è follia».

E com’è Angelo?

«Ricorda molto Mattia. Biondo e con gli occhi azzurri è la copia esatta di Mattia, però nella versione cicciotta, pesa 14 chili e non ha neanche due anni. È di una serenità disarmante».

Ormai chi la segue sui social lo sa, ogni giorno pubblica una foto, un video di Mattia scherzoso, ironico, pensieroso e sempre indaffarato. Perché?

«Quando ho iniziato questa cosa avevo proprio la necessità di riempire la mia pagina delle foto di Mattia. Le sue foto mi ricordano quanto riempisse la nostra giornata. Lui voleva farti ridere, aveva questa necessità di vederti sorridere e ci riusciva con una semplicità immane. L’avevo riportato a casa dall’ospedale che aveva sette mesi, ha dovuto fare fisioterapia, ma neanche la più brava psicomotricista del Paolo VI è riuscita a fare quello che Mattia ha fatto per seguire il fratello Carlo. L’amore cura anche in questo senso».

Quando avete scoperto il problema di Mattia?

«Lo sapevamo dalla morfologica, aveva il ventricolo sinistro ipoplasico. In sostanza, la parte sinistra del cuore è piccola e non ti permette di pompare sangue all’organismo in maniera normale. Per questo si affaticava molto, non riusciva ad alimentarsi. Tra tutte le patologie è la più terribile, necessita di interventi alla nascita».

E lui è stato operato?

«Sì tre volte, ma non era riuscito a seguire gli step chirurgici giusti. La follia è che è morto in un momento in cui nessuno se l’aspettava, perché stava benissimo nonostante avessimo vissuto momenti allucinanti. Gli stessi medici erano increduli».

E oggi c’è questa associazione che porta il suo nome. Di cosa vi occupate?

«Raccogliamo fondi per donare defibrillatori da donare nei luoghi altamente frequentati da bambini e familiari, e per formare le persone al primo soccorso. L’obiettivo è evitare che qualcuno passi quello che stiamo passando noi. Il primo defibrillatore è partito il 15 maggio 2024, ora abbiamo donato il 23° a una scuola di Macerata tramite l’associazione “Cromosoma della felicità” di cui sono vice presidente. Collaboriamo anche con l’associazione delle Marche “Un battito d’ali”. Sono nel direttivo e sono referente del “Progetto Mattia città in sicurezza”».

Cosa vuol dire per lei essere mamma?

«Penso che sia il motivo per cui sono stata messa al mondo. Adoro i miei figli, la loro serenità è il mio primo obiettivo. Sono odontoiatra, libera professionista, cerco di mettere sempre loro avanti a tutto. E sono convinta che l’amore per i figli non finisca mai, non esistono ostacoli che ti allontanino da loro. Io risponderò sempre che ho tre figli».

È credente?

«Molto. Anche se ho avuto un momento di seria arrabbiatura».

E come si supera?

«La fede. Io mi immagino Mattia tra le braccia di Gesù, e credo che non possa stare in nessun altro posto se non lì, in un posto così sereno. Questo mi dà pace e l’unico pensiero positivo è sperare di riuscire a rivederlo».

La festa della mamma per lei che giorno è?

«Fa male non avere Mattia con me. È unico e insostituibile, avere altri due figli non mi consola. Anche se sono proprio loro che mi hanno salvato. Ecco, la festa della mamma è una festa di squadra: la mamma regge tutta l’orchestra della famiglia, ma se riesce a fare tutto quello che riesce a fare, è grazie a tutto quello che gira intorno a lei. In questo devo dire grazie a mio marito Simone Micarone che mi ha sostenuta e mi ha raccolto quando c’era da raccogliermi. Oggi ho 36 anni, stiamo insieme da 20».

Cosa fa una brava mamma?

«Deve credere nei propri figli, accompagnarli in ogni situazione. Oggi c’è la necessità di togliersi di dosso le cose difficili. Penso alla disabilità come quella che aveva Mattia. Spaventa, viene vista come un peso. Sicuramente non è semplice, però vale la pena. Io ad oggi nonostante abbia perso Mattia dico che ne è valsa la pena».

La disabilità, ci spieghi.

«Dico che è una scelta molto personale, ognuno deve essere libero, però sono vite, sono i nostri figli, se c’è una speranza perché toglierla al principio? Io anche da medico sono assolutamente pro vita. Certo, ci sono situazioni borderline, ognuno merita la giusta attenzione, ma io ho scelto la vita perché sentivo che questa creatura era già piena. Ci ho creduto fino alla fine. Ad oggi me lo ripeto, ne è valsa la pena, anche se l’ho perso, anche se sto soffrendo come un cane, ma sì, ne è valsa la pena».

Cosa le ha insegnato Mattia?

«Mattia è stato il mio cambiamento, mi ha fatto maturare, mi ha portato al livello adulto. È facile essere giovani, avere figli senza problemi. I problemi nascono quando con un problema del genere si mette in discussione la famiglia, il rapporto di coppia, il lavoro, perché sei costretta a fermarti. Ma Mattia mi ricorda che siamo tutti in grado di affrontare qualsiasi cosa, dipende solo da noi. Per noi è stato un esempio di vita».

Come, ci faccia capire.

«Mattia era potente, anche se era una cosa minuscola, secco, un ragnetto, ma aveva due occhi che ti davano tutto l’amore possibile. Era innamorato di Spiderman. Aveva 4 anni, non voleva stare in ospedale, quando doveva fare i prelievi l’unica cosa che mi chiedeva era “quando posso andare a giocare?”. Nonostante tutto, era convinto di essere identico a tutti gli altri, la sua peg, il tubicino che aveva nello stomaco, per lui era normalissimo. Ha vissuto la sua disabilità serenamente: se non riusciva più a correre si fermava, saltava diversamente dagli altri, ma saltava. Lo abbiamo portato in tutti i parchi divertimento, abbiamo adattato la nostra vita a lui. E magari potessimo farlo ancora».

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