Sì del ministero a Ombrina

Il progetto della Rockhopper passa (con prescrizioni) l’esame del comitato Via
SEGUE DALLA PRIMA. Per un totale di un milione di ettari di superficie marina da sondare e perforare. Tutto questo tra le proteste di Comuni, comitati e vescovi abruzzesi e molisani, mentre il governatore Luciano D’Alfonso non manca occasione per ribadire che non permetterà «la rovina delle bellezze del Signore».
Probabilmente il via libera a Ombrina mare è il primo effetto in Abruzzo del decreto detto “Sblocca Italia” e della nuova strategia energetica del governo Renzi, che punta molte delle sue carte sul rafforzamento del settore estrattivo degli idrocarburi, ritenuto al contrario dagli ambientalisti in declino in tutto il mondo, antieconomico (soprattutto con la caduta del prezzo del petrolio, ne sanno qualcosa le piccole società Usa di fracking), molto critico dal punto di vista ambientale e incerto per quanto riguarda la ricaduta occupazionale.
Ecco per esempio cosa pensa su Ombrina il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza: «Ombrina Mare rappresenta una operazione insensata. Petrolio di pessima qualità e di quantità trascurabili, sufficiente a coprire a fatica lo 0,2% del consumo annuale nazionale; gas in quantità insignificante e sufficiente a coprire appena lo 0,001% del consumo annuale nazionale. La ricaduta locale (royalties) poi si traduce, nella media della produzione del giacimento, in mezza tazzina di caffè all'anno per ogni abruzzese». Ma il governo ha in testa altri numeri: la Strategia energetica nazionale (Sen) punta a raddoppiare entro il 2020 l'estrazione di idrocarburi, fino a 24 milioni di barili all'anno. Si ipotizzano investimenti per 15 miliardi di euro, 25 mila nuovi posti di lavoro e un risparmio sulla fattura energetica nazionale di 5 miliardi all'anno. Una strategia rafforzata dal quadro politico internazionale che vede alcuni tra i nostri maggiori fornitori, Libia in testa, sempre meno affidabili. Il progetto di coltivazione del giacimento di idrocarburi Ombrina Mare prevede la perforazione di 4-6 pozzi di gas o petrolio a 5,5 miglia marine dalla costa chietina (al largo di San Vito e dell’istituendo Parco della costa teatina), la realizzazione di un serbatoio Fpso galleggiante (una nave cisterna) per il trattamento e lo stoccaggio della produzione di olio, una piattaforma di produzione di gas ed olio, una sealine (un oleodotto) per i trasferimenti tra la piattaforma e il serbatoio Fspo e di una sealine per il trasferimento del gas dalla piattaforma alla piattaforma esistente Santo Stefano Mare 9. Si stima che il giacimento possa fruttare 25 milioni di barili di petrolio e 200 milioni di metri cubi di gas naturale. Lo sfruttamento dovrebbe durare 25 anni. La prima richiesta di perforazione era stata avanzata da Medoilgas nel 2009, a questa erano seguite osservazioni, integrazioni, molte proteste e infine l’ok del 6 marzo scorso. Nel frattempo gli oppositori hanno portato avanti una forte battaglia amministrativa, ancora aperta, per ricondurre l’iter su binari più rigidi. Una prima vittoria è stata ottenuta davanti al Tar dalla Provincia di Chieti, dal comune di Fossacesia e da alcune associazioni sulla richiesta di sottoporre il progetto all’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale. Attualmente è in piedi il ricorso al Consiglio di Stato presentato dalla Rockhopper Italia. I giudici si pronunceranno il 5 giugno. È l’ultimo fragile ostacolo all’allestimento del campo a mare che avrà tempi rapidissimi (poche settimane). Mentre sul tema più generale delle trivelle restano in piedi i ricorsi di alcune Regioni alla Corte costituzionale contro lo Sblocca Italia. Anche in Senato è nato un fronte bipartisan antitrivelle che vede insieme parlamentari di Sel, M5s, Fi, e Gal. Un bizzarro pattuglione che ha già battuto in aula il governo con un emendamento (al testo sugli ecoreati) che vieta la tecnica esplosiva in mare per la ricerca di idrocarburi (air gun) e che ha proposto un comitato per un referendum sull'art.38 dello Sblocca Italia. Un testo che anche il costituzionalista abruzzese Enzo Di Salvatore ritiene per alcuni aspetti incostituzionale. Per esempio quando stabilisce l'unificazione del titolo di ricerca con quello di concessione, «perché la logica del permesso di ricerca è diversa da quella della concessione». Azioni però che sembrano pannicelli caldi di fronte alla determinazione del governo italiano. E dei governi dirimpettai croato e albanese che hanno già dato un caldo benvenuto ai petrolieri.
Antonio De Frenza
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