Sanremo, specchio delle nostre brame
All’Ariston l’Italia da gita scolastica e serata in pizzeria. Vincono gli ascolti. E anche Francesco Gabbani
Peccato che sia finito. Avevamo appena cominciato a collegare i nomi alle facce di Michele Bravi, Elodie, Alessio Bernabei ed Ermal Meta, insomma dei Big a loro insaputa, che è già sceso il sipario su questo Sanremo. Per le canzoni, invece, ci vorrà ancora del tempo (e voglia) per distinguere l’una dall’altra. Ma dodici mesi sono lunghi e dovrebbero bastare. E’ inutile lamentarsi del Festival. I numeri dell’Auditel dovrebbero mettere la museruola a ogni critica. Ed è giusto così. In fondo il Festival è come l’Italia: un palcoscenico abbastanza sgangherato in cui, per cinque giorni, diventano casi nazionali una bella ragazza che si aggiusta la gonna per fare vedere un po’ di gambe; oppure la moglie di un cantante famoso che ammette candidamente che lei sta lì solo perché è la moglie di un cantante famoso.
Carlo Conti è il presentatore perfetto di questo Sanremo-Italia. Conosce il Paese forse meglio del Censis e sa che può farla franca anche se presenta Zucchero come «il superospite internazionale del Festival», mentre lui, il Fornaciari, sorride e ringrazia per l’iperbole, come si farebbe fra amici al bar: «A buon rendere, Carlo». Sì, la dimensione di questo Festival è proprio quella della gita scolastica, della serata in pizzeria, con le battute che non fanno ridere sempre pronte a cedere il passo alla cantata in allegria. E sì, ci sono anche i soccorritori dell’hotel Rigopiano che testimoniano che, in fondo, gli italiani sono brava gente; e la bande dei ragazzi «diversamente abili» che si divertono a cantare. C’è qualcuno che abbia il coraggio di criticare? Ci si arrende, per dirla con il titolo della canzone del superospite Zucchero.
In altre parole, accettiamo il fatto che lo schermo del nostro televisore sia, in realtà, uno specchio. E poi c’è sempre il principio di realtà in agguato. C’è lei, Maria De Filippi, che frena l’entusiasmo da disc jockey di radio privata di Conti spiegandogli che lei non entra in scena scendendo per la scalinata perché «si fanno le scale quando si sanno scendere le scale». Sembra una massima zen. Invece forse è solo un omaggio a Boskov l’allenatore della Sampdoria che, dall’aldilà, continua a ricordare inutilmente a tutti noi che è meglio mettere da parte ingiustificati sogni di gloria e ambizioni perché, alla fine, è rigore solo «quando arbitro fischia rigore».

