Scandalo mense, chiusa l’inchiesta Otto indagati per frode e lesioni

Restano fuori i vertici della Cir, al loro posto entrano altre figure professionali della stessa impresa Sott’accusa anche i produttori di Vicoli e Sulmona per le caciotte servite a scuola il 29 maggio 2018
PESCARA. Si chiude la delicata inchiesta sullo scandalo delle mense che alla fine di maggio dello scorso anno portò all’intossicazione di circa 222 bambini delle scuole materne ed elementari del Comune di Pescara, colpiti da Campylobacter presente nelle caciotte di formaggio distribuite nelle mense. I due magistrati che hanno firmato questa chiusura di indagini, il procuratore aggiunto Anna Rita Mantini e il sostituto Anna Benigni, hanno individuato otto presunti responsabili di questa vicenda giudiziaria che tante polemiche creò anche a livello politico in relazione all’affidamento dell’appalto da 17 milioni di euro all’associazione temporanea di imprese composta dalla Cir Food e dalla Bioristoro, che si aggiudicarono la gara con un ribasso a doppia cifra piuttosto discutibile.
OTTO INDAGATI. Ebbene la procura, dopo lunghe e articolate indagini condotte dai carabinieri forestali e dai Nas, ha cambiato un po’ il volto a questa inchiesta mantenendo il numero degli indagati a otto, ma sostituendo alcuni degli originari soggetti coinvolti. Fuori dunque i vertici di Bioristoro e Cir, dentro altre tre nuove figure professionali della stessa Cir, quali il procuratore speciale, Marcello Capuzzi, che firmò i contratti di appalto; Massimo Merenda, il direttore acquisti; Anna Flisi, responsabile dei sistemi di certificazione; insieme a Fabrizio Gazzo, diciamo il super controllore degli alimenti, che già era stato coinvolto nell’inchiesta. Escono dunque di scena sia il presidente Cir, Chiara Nasi, sia il legale rappresentante della Bioristoro, Maria Teresa Pianesi. A questi quattro indagati della Cir si aggiungono i produttori di formaggi: Cristian Savini e la madre Maria Luisa Di Nicola, amministratori dell'azienda agricola “Savini & Di Nicola” di Vicoli, e i titolari del Caseificio Leone di Sulmona, Angelo ed Eleonora Leone, quelli che, per intenderci, pur non figurando fra i fornitori ufficiali di alimenti in quell’appalto, e quindi sconosciuti anche al Comune di Pescara, fornirono le caciotte alla Savini che, avendo il rapporto diretto con la Cir, fece da tramite, ma senza far figurare i Leone. I reati contestati vanno, a vario titolo, dalla frode nelle pubbliche forniture, al commercio di sostanze alimentari nocive e, naturalmente, alle lesioni personali colpose.
LE CACIOTTE. Tutta la vicenda ruota attorno alle famose caciotte che Savini non riusciva più a fornire nella quantità necessaria alle mense e così si sarebbe rivolto al caseificio Leone, che però produceva formaggio con latte crudo, severamente proibito dal capitolato di gara, in quanto pericoloso per la salute dei bambini. Naturalmente il percorso inverso, partendo cioè dalle decine di ricoveri dei bambini in ospedale subito dopo l’intossicazione, dai numerosi accertamenti sanitari e di laboratorio compiuti anche con l’ausilio dello Zooprofilattico di Teramo, per risalire all’origine del problema e dunque ai Leone, è stato piuttosto lungo e complesso.
MANCATI CONTROLLI. E dunque Capuzzi e Merenda, insieme a Savini e Di Nicola, devono rispondere di frode nelle pubbliche forniture per aver violato il capitolato di gara che prevedeva che tutti i prodotti caseari fossero lavorati con latte pastorizzato e non crudo. Gazzo, Flisi e i due del caseificio Leone, invece, devono rispondere di commercio di alimenti nocivi e di lesioni colpose. Questo perché Gazzo e Flisi non avrebbero eseguito quel numero di controlli richiesti dal capitolato sui prodotti somministrati alle mense (una volta ogni due mesi presso ogni scuola), e soprattutto perché quando rilevarono tre episodi di non conformità del formaggio in tre scuole, Il Bruco, Borgo Marino e la Ignazio Silone, non avrebbero dato seguito a ulteriori controlli che erano indispensabili e che avrebbero potuto evitare quella contaminazione massiccia da Campylobacter. I due Leone, peraltro, secondo l’accusa, erano dotati nel caseificio di un pastorizzatore obsoleto e quindi inefficace al trasferimento del latte crudo nel pastorizzatore: insomma il latte crudo con i patogeni presenti si mischiava con quello pastorizzato, in quanto le tubature che portavano il latte crudo al pastorizzatore e quello pastorizzato al serbatoio di stoccaggio erano le stesse.
LESIONI PERSONALI. E sempre questi ultimi quattro indagati sono di conseguenza ritenuti responsabili delle lesioni personali colpose che colpirono 222 bambini che il 29 maggio 2018 consumarono quel formaggio contaminato da Campylobacter che fece finire in ospedale oltre 110 bambini. Questa è dunque la chiusura delle indagini.
Adesso gli indagati potranno chiedere l’interrogatorio o ulteriori atti istruttori prima che la procura decida per la richiesta di rinvio a giudizio che passerà al vaglio del gup.
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