Scuole non certificate in aree ad alto rischio

Sono 115 secondo la relazione della Corte dei conti. Altre 319 prive di “pedigree” sono in territori a pericolosità medio-alta
PESCARA. Sono 115 (su un totale di 219), le scuole abruzzesi situate in zone ad alto rischio di terremoti per le quali non esiste la certificazione sismica; una situazione che si ripete per altri 319 edifici situati in territori definiti di pericolosità medio-alta e 407 plessi realizzati in zone dove, sulla carta, il rischio è classificato basso. A certificarlo, al di là di ogni possibile incertezza interpretativa, è una relazione di 139 pagine della sezione centrale di controllo della Corte dei conti, firmata dal giudice Andrea Liberati, che ha analizzato lo stato di attuazione del Piano straordinario di messa in sicurezza degli edifici scolastici nelle zone a rischio sismico, adottato addirittura nel 2002 dopo il crollo della scuola molisana di San Giuliano di Puglia. Un’indagine, quella della Corte dei conti, resa non semplice dal fiorire di norme, regolamenti, ordinanze, che ha messo le pastoie a una macchina già di per sé complicata.
L’ANALISI. «È opportuno rilevare», scrive il giudice Liberati, «come le risorse avrebbero potuto essere meglio utilizzate ove avessero fatto parte di un unico piano coordinato nelle modalità e nei criteri, in modo da evitare che su uno stesso immobile fossero effettuati interventi, contemporaneamente o in tempi differenti, finanziati in base a leggi diverse. La programmazione di un unico piano pluriennale avrebbe potuto garantire uno stanziamento adeguato di risorse e la regolarità nell’erogazione.
IN ITALIA. Il quadro che viene fuori, al netto degli eventi che successivamente hanno interessato anche l’Abruzzo, è agghiacciante. «Alla data del 4 giugno 2018 erano censiti all’Anagrafe degli edifici scolastici 39.847 immobili attivi, cioè adibiti ad ospitare attività connesse con la vita scolastica. Va evidenziato che, sulla base di dati riferiti all’anno scolastico 2017-2018, un numero pari a 17.160 edifici (pari al 43%) risultava essere in zona sismica 1 e 2 (cioè dove possono verificarsi terremoti, rispettivamente fortissimi e forti), oltre il 50% di questi edifici risulta risalire a prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica (1976) e solo il 21% delle scuole presenti in queste aree risulta progettato o adeguato alla normativa tecnica di costruzione antisismica».
I SOLDI E L’ABRUZZO. Il piano varato nel 2002 assegnava all’Abruzzo circa 182 milioni di euro, risorse che sono state in seguito rimodulate in tre piani stralcio. Non sempre alle zone con maggior numero di edifici “sensibili” è andata una quota significativa di fondi. Come certifica la Corte dei conti, la V e VII Commissione parlamentare, nel 2010 e nel 2011 (quando il terremoto del 2009 aveva già reclamato il suo tributo di morte e distruzione), hanno ritenuto di dover stanziare per l’Abruzzo poco più di 10 milioni di euro. In realtà, solo 55mila euro sono stati effettivamente erogati da quella linea di finanziamento. Cosa ancora più grave, come rilevano i giudici amministrativi di controllo, «le Commissioni parlamentari hanno ridotto significativamente le risorse per alcune regioni meridionali e centrali, e, in particolare, quelle per l’Abruzzo, la Puglia, la Sicilia e la Campania», (quelle con il numero più alto di scuole in zone ad alto rischio. Sono aumentate, però, «significativamente le risorse per la Lombardia, la Liguria e il Veneto».
IL CIPE. In questa indagine, precisa comunque la relazione, non si tiene conto delle delibere emanate tra il 2009 e il 2017 dal Cipe che ha stanziato, sulla base di normative successive ulteriori fondi finalizzati a interventi per la messa in sicurezza degli edifici scolastici nelle regioni interessate dagli eventi del 2009 e del 2016.

