Se i bambini giocano e i genitori “sclerano”: un calcio al buonsenso

Tra babbi che allevano campioni e mamme iperprotettive Due libri sull’imbarazzante contorno allo sport giovanile
di Gianni Lamacchia
Ci sarebbe da ridere, se non fosse una faccenda maledettamente seria. Se non fosse che lo sport dei nostri bambini, da normale svago di piccole creature, si è ormai trasformato nello sfogatoio di papà e mamma frustrati da una vita sempre più oppressiva. E non è un caso se escono in continuazione libri che analizzano un fenomeno che occupa sempre più spesso le pagine dei giornali per le degenerazioni di cui sono protagonisti genitori tutt’altro che ineccepibili.
Oggi ci occupiamo di due di questi saggi. Ed è interessante il fatto che uno prenda la questione dal verso giornalistico- sportivo, mentre l’altro è stato scritto da una donna che è il prototipo delle mammine di oggi, superimpegnate e multitasking, nel senso di costrette a barcamenarsi tra lavoro, casa e figli. L’autrice, in questo secondo caso, è la professoressa Elisabetta Gualmini, un volto noto ai telespettatori per le raffinate analisi politiche che svolge per trasmissioni come “Ballarò” e “Annozero”. Il titolo del suo libro è rassicurante “Le mamme ce la fanno” (editore Mondadori), ma il percorso per far quadrare il cerchio di giornate che dovrebbero essere di 48 ore, non di 24, è un cammino a ostacoli, in cui rientrano anche gli agognati pomeriggi sportivi delle creature. Un tempo si tiravano calci a un pallone in un cortile o in oratorio, ma oggi non esistono più né l’uno né l’altro e si è costretti a volate estenuanti per fare arrivare in orario all’allenamento il piccolo atleta.
La Gualmini ha scelto una società bolognese politicamente corretta: «Prima di entrare ti imbatti in un enorme cartello: “Se volete che vostro figlio diventi un campione, non iscrivetelo qui”», scrive. «I miei amici l’hanno scelto subito. Io il lusso di scegliere non me lo posso permettere e quindi vado dove si può arrivare a piedi.
D’altro canto un’altra mia amica mi ha detto che lei sceglie lo sport dei suoi bambini sulla base dei giorni che ha liberi (lei). Cioè, se ha liberi il martedì e giovedì si informa su quale sport ci sia in quei giorni, dal rugby alla danza, dall’arrampicata all’hip hop, qualcosa si trova sempre e chissenefrega se il maschio finisce a danza e la femmina a rugby...».
Il racconto continua con la cronaca di una partita di cui è protagonista il figlio di sei anni, tra genitori che imprecano («Spazza, spazza...non fare la ballerina...che fai? esci! pompaaa...contrasto, ti ho detto contrasto... e chiudilo, accidenti») e altri che godono estasiati dalle gesta dei pargoli («Spettacolo...»). Una recita strana, quello che va in scena a bordo campo, in cui babbi superesperti di calcio finiscono per contagiare anche mammine che hanno sempre odiato il pallone.
Si ride amaro, invece, nel libri scritto da un giornalista sportivo romagnolo, Fabio Benaglia. Già il titolo è eloquente “Mio figlio è un fenomeno”, (editore Ponte Vecchio), specchio di un viaggio nelle aspettative esagerate di genitori che, complice anche la crisi economica, si aspettano che il figlio diventi un calciatore strapagato.
C’è chi si vanta di stimolare il figlio offrendogli un incentivo di 20 euro per ogni gol segnato, chi si azzarda in paragoni tra le qualità del bimbetto e quella del celebre Cassano, chi ricopre di insulti l’arbitro che ha avuto il torto di punire le intemperanze della creatura.
Un campionario di follie che ha fatto dire a un noto allenatore che la squadra giovanile ideale sarebbe composta solo da... orfani.
Sì, si ride, ma non è il caso di scherzare troppo, perché i bambini ti guardano e sono sensibilissimi agli stati d’animo di mamma e papà e a come vengono manifestati: se, dopo avere perso la gara, vedono i genitori affranti o ipercritici (o, al contrario, troppo esaltati in caso di una vittoria), si faranno l’idea di essere accettati solo se vincenti. Non solo: il calcio, come altri sport, è una scuola di vita, che ti abitua a sopportare le sconfitte e a lavorare per la rivincita, in gruppo con i compagni. Un eccesso di protezione, lascerà solo l’adulto di domani davanti alle inevitabili sconfitte della vita. Un po’ di equilibrio e di buonsenso, servirebbero. Solo quello. .
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