«Sei anni passati invano» L’amarezza dei trevigiani

Le penne nere che sono tornate all’Aquila scuotono la testa sulla ricostruzione «Quei momenti sono scolpiti nei nostri cuori, non devono restare segnati sulle case»
L’AQUILA. Sanno parlare fluentemente in tedesco, ma assicurano, sono italiani dentro, seppure a volte fai fatica a capirli. Gli occhi, però, spiegano tutto. Sono partiti dalla provincia di Treviso («finita la partita della Juve contro il Real»), per arrivare tra giovedì e venerdì mattina all'Aquila. Molti hanno viaggiato in autobus, altri nel camion che ora ospita una trentina di brande per trascorrere la notte. Lo hanno posizionato a Pianola, sul terreno della famiglia Mastrantonio, proprietaria della norcineria Giorgio, proprio di fronte alla macelleria. A fianco un tendone, con dentro banchi e panche, e di fronte due prefabbricati in lamiera, con altre brande. In tutto sono un centinaio di penne nere "razza Piave", come si definiscono.
Pronto il campo in cui trascorreranno i giorni dell'Adunata, si preparano per la cena. Hanno già appeso un menù fuori al tendone "mensa". Stasera antipasto a base di cotiche, poi minestrone, braciola di maiale e patate. Il tutto innaffiato da vino: bianco frizzante e rosso. Dell'Aquila solo il pane di San Gregorio, «perché il vostro è più buono», e la mortadella di Campotosto. Qualcuno ancora non è pronto e, dopo una doccia veloce, va in giro per il campo con un asciugamano bianco legato in vita. «Tanto qui non c'è da vergognarsi: siamo tutti uomini». L'odore del cibo richiama in un attimo l'attenzione: cessano i canti, le chiacchiere, gli scherzi e ognuno trova il proprio posto sulle panche. Ovviamente siamo loro ospiti: agli alpini non si può dire di no.
La maggior parte di queste penne nere era già stata all'Aquila, nei giorni appena successivi al disastro: nel 2009. Per sei anni difficilmente sono riusciti a tornare, ma hanno conservato nel cuore le immagini di quei momenti. Te ne accorgi subito: basta parlarci un attimo. D'improvviso si spegne l'atmosfera di festa che sanno creare anche solo con una parola o un sorriso e i loro occhi, quelli che parlano più delle loro voci, si riempiono. Di immagini, di dolore, di comprensione e di rabbia.
Sono arrabbiati sì. Perché loro in quei giorni ce l'hanno messa tutta, ma poi sono dovuti andare via. Mai avrebbero pensato di trovare al ritorno «questa situazione». Provi a spiegare che tanti cantieri sono partiti, che la ricostruzione procede. Ma scuotono la testa.
«Sono arrivato qui il 9 aprile 2009 per la prima volta» racconta Walter Poloni, che era stato nel campo di San Demetrio sei anni fa, come membro della Protezione civile alpina. «Sono tornato anche per vedere se è cambiato qualcosa da allora, ma ho la netta impressione che in questi anni si sarebbe potuto fare di più, molto di più. Ho la sensazione che ci sia stato un mangia-mangia». Parole dure, ma condivise da molti nel campo. Non ne fanno una questione di nord e sud, né di mentalità.
«Gli aquilani sono eccezionali» precisa Alfredo Celotto, ingegnere di produzione e responsabile del campo. «Abbiamo trovato un'accoglienza magnifica. Siamo stati invitati dalla signora Enrichetta e vogliamo ringraziarla. Per noi questa è la festa più importante dell'anno e in questa città diventa ancora più significativa. Quando dopo il terremoto lavoravo a San Demetrio cucinavo 1500 pasti al giorno. Non dimenticheremo quei momenti, ma vorrei che almeno sulle mura potessero cancellarsi per sempre».
La rabbia è anche nel confronto. «Sono stato come volontario qui e in Emilia» dice Fabio Gallina, «qui ci sono ancora tante ferite, lì si è ripartiti più velocemente, al netto di tutte le differenze tra le due situazioni».
Tra il minestrone e la braciola, Andrea Della Lana, un vigile del fuoco, ricorda «la casa di quei ragazzi. Come la chiamate? La casa dello studente, sì. Quando ci sono passato davanti mi è sembrato che tutto fosse fermo a quella notte. E in piazza, che magone».
Il più anziano del gruppo, Armando Gallina, «unico paracadutista del campo», come precisa, vuole riportare il sorriso tipico degli alpini e ci mette in mano un bicchiere di vino: «Dal 1971 non perdo un'Adunata. Qui abbiamo trovato un'accoglienza meravigliosa, come poche volte». Merito anche della famiglia Mastrantonio e della signora Enrichetta che aveva conosciuto gli alpini "razza Piave" nelle tendopoli. «Tra noi è rimasta sempre una bella amicizia» sorride, «ci hanno aiutato molto, siamo orgogliosi di poter ricambiare, anche solo in parte. E poi, ancora una volta, anche in questi giorni, sono loro che aiutano noi: con la gioia, l'allegria, la leggerezza dei loro canti, dei loro sorrisi, dei loro sguardi».
Michela Corridore
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