Sepúlveda: «Scrivere, che libertà»

26 Giugno 2016

A Lignano lo scrittore annuncia un nuovo romanzo ambientato tra il Cile e l’Urss

di FRANCESCA PESSOTTO

I protagonisti del Premio Hemingway, a Lignano, sono lo scrittore Luis Sepúlveda, premiato per la letteratura, e il filosofo Massimo Cacciari per “l’avventura del pensiero”. Assente per motivi di salute lo scrittore israeliano Aharon Appelfeld, omaggiato per “la vita e l’opera” perché nei suoi libri ha raccontato un mondo che rappresenta un imprevisto capovolgimento culturale rispetto allo scetticismo e al vuoto che dominano l'orizzonte contemporaneo.

Appelfeld ha partecipato in collegamento telefonico da Gerusalemme ed è stato rappresentato questa sera sul palco del Cinecity di Lignano per la premiazione dei tre vincitori, dall’editore italiano Guanda.

Lo scrittore cileno Luis Sepúlveda, naturalizzato spagnolo e approdato in Europa come esiliato e dissidente politico, cineasta, autore teatrale e romanziere di enorme successo in tutto il mondo, sul palco del Centro Kursaal con Alberto Garlini saluta con preoccupazione un’Europa che ora, più che mai, vede nella sua unità la deriva di un sogno: «La garanzia di pace che essa voleva rappresentare si è capovolta nel disvelamento di meccaniche meramente commerciali, che di cultura e identità non hanno nulla né hanno mai avuto l’intenzione di essere simbolo».

Un’Europa mal governata, non democraticamente unita, ma accomunata solo dagli interessi superiori di pochi. «La consulta popolare dalla quale trae origine è un patto di partecipazione dei cittadini che non è stato rispettato. Lo si è visto subito con l’imposizione tedesca dell’incorporazione della Slovenia all’indomani della guerra balcanica. Non esiste il potere del cittadino europeo; per una vera unione andrebbero consultati proprio i cittadini, amalgamati da cultura e diritti umani, non dall’interesse politico imprenditoriale».

Al lavoro con un lungo romanzo storico corale, che uscirà quest’inverno, Sepúlveda lascia il “laboratorio Europa" per raccontare del lungo viaggio dell’Unione Sovietica dal 1917 al 2005, dove storia vera si mescola a finzione nel negoziato che l’Ucraina intavola con il Cile per la liberazione di un criminale di guerra russo cresciuto in Cile, il cui nonno era atamano dei cosacchi. «Io non lavoro attingendo a qualche teoria letteraria in particolare - spiega -, la vita è spontaneità pura già ricca di storie. L’interesse con cui guardo alla vita si trasforma in idea letteraria, in romanzo, racconto o favola. Il mio modo di procedere è profondamente intuitivo e si allontana dall’intellettualismo di certi scrittori. L’unica modalità da seguire è raccontare bene una storia. Mentre il romanzo però è costretto da una forma tradizionale che vede il comportamento umano in primo piano, la favola regala l’opportunità di prenderne le distanze e vederlo con più chiarezza perché rappresentato da una forma animale o fantastica».

In questo percorso di consapevolezza, la letteratura può o deve assumere una funzione guida? «La letteratura è un elemento di conoscenza, ma dipende da come viene letta. Non ha un ruolo salvifico in sé, la salvezza è dovere dei cittadini. La letteratura è il modo migliore per cancellare le frontiere, per dimenticarle e far sì che l’essere umano si muova liberamente nel territorio dell’immaginazione, in quel territorio che non conosce né limiti né patrie».

A un ideale di letteratura come missione – concetto simile a quello di Ernest Hemingway – di difesa dei deboli, dei dimenticati, della terra ferita si è sempre ispirato: «Tutti i tentativi letterari iniziano con lo sforzo di capire il mondo, di spiegarlo prima di tutto a se stessi. Se noi scrittori fossimo incapaci di preoccuparci della quotidianità, delle cose più banali e immediate, saremmo incapaci di interrogarci su tutto il resto. Questa preoccupazione per il mondo ti spinge in qualche modo a prendere partito, a schierarti. Lo scrittore deve essere coinvolto, deve stare dentro le cose, dentro la vita. Per questo non parlo mai in nome della letteratura o degli scrittori in generale, ma sempre e solo a mio nome. La responsabilità dello scrittore è personale come quella penale».

Dalla profonda ammirazione che ha per Hemingway viene l’incitamento dello scrittore a un’Europa nuova. «Le sue opere sono un riferimento per me - conclude l’autore de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” e “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” -. Hemingway era un uomo solo con una grande responsabilità letteraria: creare un universo parallelo. Ma la verosimiglianza della vita non è la stessa della letteratura. L’ossessione per la perfezione che si esplicava nella sua continua correzione del testo, dovrebbe insegnarci una disciplina al confronto che come porta dall’idea alla letteratura, così dovrebbe rifondare i valori della democrazia attraverso una partecipazione continua e sostanziale».

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