Sequestro beni Nicolaj, scontro tra giudici

L’avvocato Ciprietti ottiene dalla Cassazione il via libera alla restituzione, ma il Riesame conferma il “no”
PESCARA. E' diventata una vera e propria battaglia legale, fatta di ricorsi e controricorsi, quella sul sequestro di beni che la procura di Pescara aveva fatto disporre nei confronti di Luca e Galileo Nicolaj, gli imprenditori finiti in un'inchiesta relativa a una presunta truffa ai danni dello Stato per il rifacimento delle scogliere del litorale di Roseto e Silvi (conclusa con la richiesta di processo).
Il legale dei Nicolaj, l'avvocato Sabatino Ciprietti, per ben due volte è stato costretto a presentare ricorso alla Suprema Corte di Cassazione, senza che a oggi questo aspetto dell'inchiesta sia stato risolto. E questo nonostante che la Cassazione abbia dato sempre ragione ai ricorrenti sul sequestro. Dopo il sequestro preventivo per equivalente di 900mila euro avanzato dal procuratore Massimiliano Serpi e dall'aggiunto Annarita Mantini, il legale aveva presentato ricorso al tribunale del riesame di Pescara, per la questione del sequestro dei beni, e a quello dell'Aquila per le misure interdittive che accompagnavano la decisione del gip di Pescara.
La Cassazione accolse il ricorso di Ciprietti, rinviando al tribunale del riesame di Pescara e a quello dell'Aquila per una nuova decisione alla luce delle motivazioni esplicitate dai giudici romani.
Ma mentre L'Aquila si adeguò alla decisione della Suprema Corte, Pescara rigettò per la seconda volta il ricorso dei Nicolaj, confermando il sequestro dei beni. Altro ricorso in Cassazione che il 26 aprile scorso diede nuovamente ragione ai ricorrenti. Adesso, sono state rese note le motivazioni della Cassazione.
I giudici romani ripercorrono ancora una volta la vicenda evidenziando che i due «ricorrenti avevano contestato anche in questa sede la qualità di amministratori di fatto, soprattutto con riguardo alle vicende legate agli appalti di Roseto 1 e Roseto2, determinanti ai fini della quantificazione del profitto e definiti prima dell'attivazione delle operazioni di intercettazione: il tribunale ha sul punto dato rilievo alle risultanze delle conversazioni e, quanto al Galileo, anche ad alcuni documenti, ma senza confrontarsi in alcun modo né con le deduzioni difensive sul punto né con l'opposto giudizio formulato dal tribunale dell'Aquila, che aveva escluso la possibilità di dar retrospettivamente rilievo alle risultanze delle captazioni».
E i giudici romani sottolineano come già, «su tali basi, l'ordinanza impugnata risulta affetta da una mancanza di motivazione», ma vanno anche oltre affermando che il tribunale di Pescara «non ha recepito le indicazioni rivenienti dalla sentenza di annullamento, ma le ha pregiudizialmente respinte...svalutando in astratto il rilievo della documentazione prodotta, in rapporto all'irrilevanza dell'omessa esposizione di elementi di valutazione».
Oltre ad avere «inesattamente interpretato il significato della sentenza di annullamento, che sollecitava una specifica attribuzione di significato alle conversazioni intercettate e alla documentazione prodotta, in primo luogo in funzione della valutazione delle vicende riguardanti gli appalti di Roseto 1 e Roseto 2, rispetto ai quali le risultanze sopravvenute avrebbero dovuto essere confrontate con il dato di fondo che le opere erano state controllate e collaudate».
Insomma i soldi sono ancora sotto sequestro e adesso, per la terza volta, e dopo questa pesante sentenza della Cassazione, i giudici del tribunale del riesame di Pescara dovranno esprimersi di nuovo su quel sequestro.
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