Siamo la regione dei nonni Per ogni neonato 6 anziani

Perdiamo 13mila abitanti, 4mila in più rispetto al previsto: tutta colpa del Covid E come nel resto d’Italia i numeri dei morti e delle nascite mai stati così dal 1918
Per ogni bambino abruzzese sotto ai sei anni di età, ci sono quasi sei persone con più di 65 anni. Il rapporto esatto è di 5,7, ben più alto della media nazionale di 5,1, che vede ai suoi estremi Campania e Trentino con 3,8 e Liguria con 7,6. «Si accentua l’invecchiamento della popolazione», riassume l’Istat nel nuovo rapporto sulla dinamica demografica italiana pubblicato nei giorni scorsi e riferito all’anno 2020, che riporta i dati definitivi venuti fuori con l’ultimo censimento.
Quello sull’invecchiamento, che vede un innalzamento dell’età media in Italia da 45 a 45,4 anni di età, è solo uno dei dati più significativi del rapporto, che fotografa anche e soprattutto il calo della popolazione. «La pandemia Covid-19 ha accentuato la tendenza alla recessione demografica già in atto e il decremento di popolazione registrato tra l’inizio e la fine dell’anno 2020 risente di questo effetto», spiega l’Istat, secondo cui in Italia nel 2020 c’è stato un record minimo delle nascite (405mila) e un elevato numero di decessi (740mila). Il saldo tra nati e morti è di meno 335mila: mai così negativo dal 1918 con Spagnola e Prima Guerra Mondiale. Ma il virus ha impattato sulla demografia anche con una contrazione dei trasferimenti di residenza, che ha frenato movimenti migratori internazionali ma anche nazionali.
13mila abitanti
persi in un anno
In questo scenario, che ha fatto registrare un calo nel numero degli abitanti in tutta la Regione, l’Abruzzo spicca con un vero e proprio crollo demografico: il 31 dicembre 2020 c’erano 12.929 abitanti in meno rispetto all’ultimo giorno dell’anno 2019. Il dato, riscontrato con il censimento, è peggiore di 4.376 unità rispetto alle stime iniziali. Il numero ufficiale di residenti in Abruzzo alla fine del 2020 è quindi di 1.281.012.
A livello nazionale perdono abitanti non solo tutte le regioni ma anche tre comuni su quattro. In totale, quindi, l’Italia è passata dai 59.641.488 abitanti del 31 dicembre 2019, ai 59.236.213 dello stesso giorno del 2020, con un saldo negativo di 405mila persone.
Secondo l’Istat la distribuzione territoriale della popolazione italiana è «pressoché immutata» rispetto al censimento del 2019: il 46,3% risiede nell’Italia Settentrionale, il 19,8% in quella Centrale, il restante 33,8% nel Sud e nelle Isole. Più del 50% dei residenti è concentrato in cinque regioni, una per ogni ripartizione geografica (Lombardia, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia).
Mille stranieri
in meno
In controtendenza rispetto al dato nazionale, invece, l’Abruzzo è una delle otto regioni italiane in cui il numero degli stranieri presenti sul territorio è calato nel 2020, insieme a Molise, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna e Marche. Al 31 dicembre scorso, infatti, se ne contavano 82.568, ossia 936 in meno rispetto a un anno prima.
In tutto il Paese l’età media degli stranieri è molto più bassa di quella degli italiani: 34,8 anni di età. Il 20,3% di loro sono minori. La maggior parte, ossia il 47,6% del totale, è originario di altri paesi europei, il 22,6% dall’Asia e il 22,2% dall’Africa.
Al secondo posto
per laureati
«Ci sono sempre più laureati ma resta il divario territoriale», scrive l’Istat. E l’Abruzzo si trova, inaspettatamente, nella fetta di Italia dove ci sono più persone con il massimo titolo di studio. I laureati in regione sono infatti il 15,9% degli adulti, numero che è dietro solo a quello del Lazio con 18,5%. Dietro all’Abruzzo ci sono l’Umbria (15,7%) e il Molise (15,6%), tutti ben oltre il dato nazionale che è del 14,5%.
Secondo il rapporto, a livello nazionale il 36% degli italiani con più di nove anni ha conseguito il diploma di scuola superiore o una qualifica professionale, mentre il 29,3% solo la licenza di scuola media, il 15,4% solo quella della scuola elementare. Il 4,4% invece non ha alcun titolo di studio. Gli analfabeti sono invece lo 0,6% della popolazione italiana.
Il 55,8% dei titoli terziari di I e II livello, compresi quindi lauree e dottorati di ricerca, è stato conseguito dalle donne.
Il record rosa
di Montebello
Tra i comuni italiani, ce ne è uno abruzzese che viene citato dal rapporto dell’Istat perché detiene un record assoluto. Si tratta di Montebello di Sangro che è il comune italiano con più donne in proporzione alla popolazione. O meglio, con meno uomini: il rapporto è infatti di 63 residenti di sesso maschile ogni 100 di sesso femminile. Il che vuole dire che tra i 92 abitanti del piccolo paese del Chietino, ci sono 56 donne e 35 uomini.
Una curiosità: le donne di Montebello sono anche al centro di una cruda leggenda legata alla fondazione del paese e al suo nome, che deriva dal latino Mons Belli, cioè Monte della Battaglia.
Secondo la leggenda, infatti, nel 1300, assaltato da un esercito, il signore del feudo fu costretto alla resa e a concedere al nemico per una notte tutte le donne del borgo.
In ricordo di quella tragica e violenta notte il feudo fu chiamato Castel di Malanoctem, che in seguito i vincitori tramutarono in Buonanotte; infine, nella seconda metà del Novecento esso divenne Montebello sul Sangro.
Secondo la leggenda, inoltre, nelle notti di luna piena si odono cavalli al galoppo, rumori metallici di spade, strane urla levarsi dai ruderi del castello, che sembra illuminato da una luce irreale, proveniente dall’interno della rocca.
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