Spaccio di droga e scarpe false ecco cosa accadeva in via Ariosto

4 Giugno 2017

Le attività degli africani sgomberati svelate dalle indagini della guardia di finanza e della polizia La marijuana acquistata dai clan albanesi. Gli oggetti contraffatti arrivavano da Napoli

MONTESILVANO. Primo fine settimana fuori casa per i 120 senegalesi che martedì scorso sono stati sfrattati dalle palazzine di via Ariosto nel corso di uno sgombero necessario per via delle pessime condizioni igienico-sanitarie e strutturali degli appartamenti. Dopo gli scontri e le proteste dei giorni scorsi, la situazione sembra essersi calmata e ieri “solo” una ventina di loro sono rimasti accampati sul lungomare in maniera piuttosto pacifica, anche per via della massiccia presenza di forze dell’ordine che ancora presidiano la zona. A seguito dello sgombero i senegalesi non hanno perso solo le loro case e molti dei loro effetti personali, come lamentato dalla comunità, ma anche la maggior parte della merce contraffatta che rappresentava una delle loro principali fonti di guadagno. All’interno della “qasbah”, tra rifiuti, mobili, pentole, biciclette abbandonate, sono rimaste anche cataste di vestiti, borse, scarpe e accessori falsificati delle più importanti griffe. Da tempo, infatti, il “ghetto” di via Ariosto era diventato il centro nevralgico di due attività illecite principali: lo spaccio di sostante stupefacenti e il commercio di merce contraffatta. A raccontare di questi traffici sono le indagini delle forze dell’ordine che più volte hanno fatto irruzione nelle palazzine. Per il filone della contraffazione, un’indagine della finanza di tre mesi fa ha svelato che i capi contraffatti arrivavano da Napoli e dall’hinterlandi. Risale allo stesso periodo la scoperta da parte della squadra mobile di Pescara di un laboratorio abusivo, all’interno di uno degli appartamenti sgomberati nei giorni scorsi, dove venivano riprodotti i loghi dei marchi famosi: Prada, Gucci, Chanel, Tods, Louis Vuitton, Liu Jo, Hermes e Armani. Una centrale del falso con una macchina da cucire professionale, 29 matrici in ottone per contraffare i marchi e una pressa. E poi, a terra, in una quindicina di sacchi di plastica, circa un migliaio di capi di abbigliamento contraffatti tra felpe, t-shirt, pantaloni e borse per un valore stimato sul mercato nero di quasi 40 mila euro. Al “business” della contraffazione da tempo si aggiungeva anche quello dello spaccio di stupefacenti che nel giugno del 2015 aveva portato allo smantellamento di una vera e proprio “holding” dei senegalesi nell’ambito dell’operazione Ariosto condotta dalla guardia di finanza. Tre anni di indagini e di intercettazioni telefoniche che, oltre a portare a 29 arresti, 64 denunce a piede libero e al sequestro di 38 chili di marijuana, 3 chili di eroina,180 grammi di cocaina e 20mila euro in contanti, aveva permesso ai baschi verdi di comprendere anche l’organizzazione piramidale dei traffici illeciti che arrivava a movimentare fino a 40 chili di droghe leggere a settimana, per un giro di circa un milione di euro. I canali di approvvigionamento erano diversi: le droghe pesanti arrivavano dal Senegal passando per il Belgio e i corrieri erano i cosiddetti ovulatori, cioè coloro che ingoiano ovuli. Ma quando la richiesta di cocaina o eroina era maggiore, in “soccorso” dei senegalesi arrivavano i rom di Montesilvano e Pescara, che pretendevano di essere pagati subito, anche attraverso minacce, come raccontano le intercettazioni: «Ci bruciano la macchina», «vanno a prendere mio figlio a scuola», «menano al nonno». Per le droghe leggere, invece, il canale era essenzialmente albanese, mentre le direttive per l’avvio di trattative e traffici arrivavano direttamente da uno sciamano in Senegal. Le numerose operazioni delle forze dell’ordine, tuttavia, non erano riuscite a debellare né la contraffazione né lo spaccio come dimostrano gli ultimi arresti condotti anche alla vigilia dello sgombero da parte dei carabinieri che hanno sorpreso alcuni senegalesi a vendere la droga a dei tredicenni.