Spedizione scientifica sull’Ararat

4 Ottobre 2014

Coronata dal successo la missione dei Folletti del Morrone in Turchia

TOCCO DA CASAURIA. Coronata dal successo la nuova avventura dei Folletti del Morrone che ha visto gli alpinisti del sodalizio abruzzese conquistare la vetta del monte Ararat nell'est della Turchia. Dopo una estenuante e accurata preparazione sulle «montagne di casa» la compagine ha superato brillantemente la prova conclusiva che li ha condotti sulla biblica vetta a quota 5169 metri a un passo dal confine iraniano e armeno. La spedizione, che è stata possibile grazie alla collaborazione del dipartimento di Neuroscienze e Imaging e Scienze Cliniche dell'Università d'Annunzio di Chieti, ha avuto principalmente un carattere scientifico .

«Ci siamo messi generosamente a disposizione della scienza», spiega il presidente Santino Iezzi, «nella speranza che la ricerca in questo ambito chiarisca il perché dei numerosi incidenti che si verificano in montagna al fine di comprenderli e prevenirli il più possibile».

Il progetto di ricerca denominato «Modificazioni psicofisiologiche in seguito a esposizione ad ipossia d'alta quota», ha la principale finalità di indagare i risvolti psicologici degli alpinisti in quota. La letteratura scientifica internazionale dice che un'alterazione nel dominio cognitivo (e in particolare della presa di decisioni) può esporre l'alpinista a pericoli, a causa di una ridotta capacità di analisi dell'ambiente circostante.

«Partendo dall'ipotesi che una riduzione della pressione parziale dell'ossigeno influisce sistematicamente sull'organismo umano» prosegue Iezzi «i curatori del progetto di ricerca hanno valutato le prestazioni cognitive a 4200 metri d’altezza e monitorato l'andamento dello stato emotivo dei partecipanti, per tutta la durata della scalata. I dati, in corso di analisi, rivelano alcuni primi risultati incoraggianti, poiché risultano concordi con la letteratura scientifica internazionale».

La spedizione è partita dalla cittadina di Dogubayazit, in pieno deserto, a bordo di una jeep, e si è subito cimentata in un vero e proprio Camel Trophy asiatico tra polverose strade fino alla base del sontuoso vulcano, oramai spento, la cui sommità, completamente innevata, contrasta fortemente con l'arido territorio sottostante.

La carovana, composta da nove alpinisti, una guida locale, un cuoco, alcuni portatori e diversi cavalli per il trasporto di tende, viveri ed attrezzature. Le temperature bassissime e l’aria rarefatta, povera di ossigeno, non piegano la tenacia e la determinazione degli alpinisti che alle 6 del mattino, col sole che fa capolino da est, raggiungono la vetta dopo molti giorni di dura scalata.

Ad attenderli uno sprazzo di pochi minuti di piena visibilità che concede loro un fantastico panorama sui paesaggi sottostanti spaziando sulle desertiche aree dell'Iran, dell'Armenia, e della Turchia orientale.

Oltre a sottoporsi ai rilievi di natura scientifica di pressione e ritmo cardiaco, il gruppo sperava di poter trovare (non si sa mai) almeno un pezzettino di legno dell'Arca Perduta (sul monte, secondo la Bibbia, approdò l'Arca di Noè).

«Non l'abbiamo trovato» commentano i protagonisti «ma abbiamo scalato una formidabile montagna in un ambiente unico e spettacolare».

Walter Teti

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