«Spettacolo in piazza e dopo finii in ospedale per una colica renale»

PESCARA. «Gli anni della scuola sono stati i più allegri e spensierati della mia vita, quel periodo mi è piaciuto così tanto che non me la sono sentita di lasciare subito i professori: l’ho fatto con...
PESCARA. «Gli anni della scuola sono stati i più allegri e spensierati della mia vita, quel periodo mi è piaciuto così tanto che non me la sono sentita di lasciare subito i professori: l’ho fatto con tutta calma, tant’è vero che per prendere la maturità ci ho messo due anni più degli altri».
La racconta così, con il sorriso aperto e l’ironia che lo hanno sempre contraddistinto, il musicista e cabarettista Germano D’Aurelio, in arte ‘Nduccio. Il comico abruzzese, 65 anni, si è diplomato all’istituto tecnico industriale “Luigi di Savoia” di Chieti dopo una parentesi al ginnasio di Pescara. Correva il 1975 e, dopo una serie di avventure proprio nei giorni della maturità, riuscì a lasciare la quinta B radioelettronica, con specializzazione nelle telecomunicazioni, con la votazione 42/60.
Che ricordi ha della sua maturità?
«Ricordo ogni dettaglio non solo della maturità, ma anche di tutti gli anni passati all’industriale. Il quinto, in particolare, è stato il più divertente. I professori ci chiedevano di studiare, ma noi ci impegnavamo tantissimo a casa mentre durante le lezioni preferivamo fare il più possibile… animazione, diciamo così. Poi c’era la tradizione del “filone”, sempre di venerdì e di sabato, ma assieme ai professori visto che erano gli unici ad avere la macchina».
Andava d’accordo con i suoi compagni?
«Nella mia classe c’erano studenti dai 17 ai 23 anni. Eravamo un gruppo molto eterogeneo e questo ci dava una marcia in più. Avevamo i componenti di tre gruppi musicali dell’epoca che contribuirono alla nascita e allo sviluppo delle prime radio libere abruzzesi. Tra noi c’era un rapporto bellissimo, al punto che dopo 44 anni ci vogliamo ancora bene, ci sentiamo telefonicamente e quasi ogni anno organizziamo feste post-diploma».
E con i professori?
«Li ricordo tutti, in particolare quelli che ci hanno portato al diploma: Lucio Di Gregorio che mi ha insegnato non solo l’italiano, ma soprattutto l’educazione all’arte e alla lingua, l’ingegnere Gallo che ci ha fatto capire come essere uniti come classe, Gennaro Ambrosi, simpatico ed elegante, e infine Arturo De Pompeis che veniva da Torino e ci faceva disegno tecnico».
Com’è stato il suo primo giorno di esame?
«Il giorno dell’esame di maturità successe una cosa straordinaria. La sera precedente feci una serata in piazza a Pianella, cosa che ripeterò anche quest’anno visto che dopo quarant’anni mi continuano ancora a chiamare. Sudai, presi un colpo di freddo e mi venne una colica renale. Insomma la mattina prima del tema dovetti andare in ospedale. Mi fecero due lastre e un paio di punture. A un certo punto arrivò il bidello, mi disse: devi alzarti a qualsiasi costo perché se ti mettono nella sezione degli ammalati farai l’esame da solo e nessuno ti potrà passare il compito di radioelettronica. Allora mi imbottii di antidolorifici e andai a fare l’esame. Me la cavai benissimo con il tema».
Cosa successe nei giorni successivi?
«Avevo l’esame, ma anche le serate nelle piazze. Firmai un contratto a stipendio fisso per cinque mesi, erano tanti soldi per quell’epoca, non ci potevo rinunciare. Il giorno dell’orale dovevo partire per Bari con un gruppo di 12 persone. Gli diedi appuntamento sotto la scuola. Arrivò il pullman mentre mi stavano chiedendo di parlare delle novelle della Pescara di D’Annunzio. Iniziarono a suonare il clacson e la commissione si spazientì, il presidente voleva sapere chi fosse, e io dovetti ammettere che erano i miei compagni che mi aspettavano per la tournée».

