Strage di Rigopiano, riparte il processo

È la prima di 11 udienze d’appello: già oggi la procura generale cercherà di ribaltare le 25 assoluzioni decise a Pescara
L’AQUILA. Parte questa mattina davanti ai giudici della Corte d'Appello dell'Aquila, il processo di secondo grado sul disastro di Rigopiano dove, il 18 gennaio del 2017, una valanga spazzò via l'hotel lasciando 29 vittime sotto le macerie. Contro quelle 25 assoluzioni su 30 imputati sentenziate dal gup di Pescara, Gianluca Sarandrea, con il rito abbreviato, la procura (con i tre pm che sostennero l'accusa e cioè il procuratore Giuseppe Bellelli e i sostituti Anna Benigni e Andrea Papalia) ha proposto un appello di 300 pagine per cercare di capovolgere quella decisione.
«Il percorso motivazionale», sostiene l'accusa, «seguito dal giudice per giungere alle assoluzioni è palesemente illogico, contraddittorio e carente», perché «partendo da premesse giuridiche pienamente condivisibili in materia di reati omissivi impropri colposi, perviene a delle conclusioni, rispetto ai fatti concreti, del tutto slegate dalle premesse tecniche». L'accusa (che oggi verrà sostenuta da Benigni e Papalia, applicati a L'Aquila per l'occasione), al di là delle questioni squisitamente tecniche relative ad ogni capo di imputazione, tenderà a rappresentare quelle che potrebbero essere le conseguenze che una sentenza come questa appellata, comporterebbe se venisse confermata. Solo 3 dei 30 imputati vennero condannati in primo grado per il disastro vero e proprio: Paolo D'Incecco e Mauro Di Blasio della Provincia (a 3 anni e 4 mesi), e il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, a 2 anni e 8 mesi. Nel ricorso la procura non ha tralasciato nessuna posizione (sono coinvolti rappresentanti di Regione Abruzzo, Provincia, Comune di Farindola e Prefettura) ed oggi sintetizzerà alla Corte gli argomenti più importanti: il nesso di causalità tra il terremoto e la valanga; la prevedibilità della valanga; la mancata realizzazione della Carta pericolo valanghe e quindi il mancato inserimento della zona di Rigopiano; le responsabilità omissive di ogni singolo imputato; l'isolamento della struttura; la mancata convocazione della commissione valanghe; le responsabilità della Prefettura connesse alla tragedia.
L'assoluzione dell'ex prefetto Francesco Provolo è quella che fece scattare la violenta reazione dei familiari in aula alla lettura del dispositivo: sia per quanto riguarda il disastro, sia per il depistaggio. «È evidente che la diligente e corretta esecuzione dei compiti di protezione civile della Prefettura - scrive la procura nel ricorso - avrebbe garantito il necessario raccordo con gli enti di protezione civile preposti alla cura della viabilità e, conseguentemente, l'assunzione di determinazioni decisive in sede di Ccs (centro coordinamento soccorsi) relative al tipo e al numero dei mezzi da reperire per far fronte alle deficienze operative o relative al divieto di percorrenza di quella strada provinciale con conseguente divieto di accesso all'hotel ed evacuazione delle persone ivi eventualmente ancora presenti».
L'ex prefetto, secondo la procura, avrebbe tardivamente convocato il centro coordinamento soccorsi e la sala operativa impedendo «il necessario scambio di informazioni tra Prefettura e Provincia in merito al guasto della turbina adibita allo sgombero della neve del tratto di strada Penne-Rigopiano che doveva far scattare almeno un monitoraggio preventivo o la chiusura del tratto di strada». Quanto al depistaggio (tutti assolti i prefettizi coinvolti) la procura punta il dito sulla telefonata del cameriere Gabriele D'Angelo (una delle 29 vittime) in prefettura la mattina della tragedia, richiamando il dato storico della stessa; l'acquisizione da parte dei forestali del "registro prime note"; «l'assenza di qualsivoglia riferimento alla telefonata di D'Angelo nella documentazione trasmessa dalla Prefettura alla squadra mobile». E poi, ancora, la procura sottolinea che «la disorganizzazione e il malfunzionamento della Prefettura nella gestione dell'emergenza è il dato che non deve emergere, deve essere tenuto celato agli investigatori, ed è invece ben noto al prefetto Provolo».
Troppo scomoda quella telefonata, secondo la procura, perché possa trapelare. «È parimenti pacifico che l'attenzione in prefettura sulla telefonata fu sollevata alcuni giorni dopo per la necessità di riscontro numerico di cui si dà atto in sentenza. Ma ciò non prova niente altro - scrive la procura nel ricorso - se non che Provolo sapeva benissimo della telefonata in quel gennaio 2017 e che né lui né i suoi collaboratori riferirono alcunchè a riguardo alla mobile con la nota del 31 gennaio».
Quella di oggi è dunque la prima udienza del processo di appello, dedicata unicamente alla requisitoria della procura generale, poi ne seguiranno altre dieci per arrivare al 9 febbraio, data della sentenza.
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