«Su Rigopiano una catena di omissioni ed errori» 

Al via la requisitoria: proveremo a dimostrare il malgoverno degli enti locali

PESCARA. «Quello che emerge in questo processo è il fallimento del sistema della Protezione civile e della valutazione dei rischi da parte di chi era preposto a compiere queste attività. Emerge anche una serie di responsabilità concorrenti in questa tragedia di Rigopiano: una estesa catena di disattenzioni ed errori». È il passaggio con cui il pm Andrea Papalia ha aperto il suo intervento nella requisitoria che i tre magistrati, il procuratore Giuseppe Bellelli e la collega Anna Benigni, si sono divisa per affrontare una vicenda estremamente complessa, con il crollo dell'hotel di Farindola, avvenuto il 18 gennaio 2017, per una valanga che spazzò via la struttura lasciando 29 vittime sotto le macerie.
REGIONE E PROTEZIONE CIVILE
Papalia è partito in quarta con un attacco pesante contro Regione Abruzzo e Protezione civile. «Il sistema protezione civile, organizzato in struttura multilivello, obbliga», ha detto il pm, «le autorità deputate a tenere determinati comportamenti. In questo quadro emerge la responsabilità dei tecnici regionali per aver omesso lo strumento di pianificazione per la prevenzione e previsione del rischio valanghivo (la Clpv, carta di localizzazione dei pericoli da valanga). Sul piano penale l’addebito va all’organo tecnico e non politico», ha aggiunto Papalia, «per il principio di separazione tra l’attività politica e quella tecnico-amministrativa». E poi l'affondo ancora più diretto: «Nella pianificazione di questa attività il ritardo è inaccettabile: ci sono responsabilità politiche, etiche e giuridiche dal 1992 (quando venne varata la legge regionale di riferimento ndr) quantomeno all’epoca del disastro di Rigopiano. Chi ha omesso questa Carta di localizzazione del pericolo valanghe, ha la responsabilità di questa tragedia». Parole dure da parte del magistrato che per primo ha seguito l’iter di questo complesso procedimento. «È stato fatto tutto il possibile», ha proseguito Papalia, «per ricostruire questa dolorosa vicenda con l’aiuto della polizia giudiziaria: indagini ad ampio raggio e certosine, ma ci sono altre posizioni di responsabilità rispetto a quelle cui ha fatto riferimento la collega Benigni», dice riferendosi a Regione e Prefettura, argomenti che verranno completati però questa mattina, alla ripresa dell'udienza.
«Il terremoto può essere stata una concausa, ma è certo che il crollo dell'hotel e i morti dipendono dal fatto che quell’hotel è stato realizzato in una zona valanghiva».
PROVINCIA E COMUNE
In apertura di udienza, il primo intervento di questa lunga requisitoria era toccato al pm Anna Benigni che aveva aperto con un ricordo delle vittime: un passaggio inusuale (forse è la prima volta che si fa in un processo con il rito abbreviato), ma comunque apprezzato da tutti. Il pm affronta le responsabilità della Provincia di Pescara, ma soprattutto del Comune di Farindola.
«Ciò che proveremo a dimostrare», dice Benigni, «è il malgoverno degli enti locali che non sempre hanno come obiettivo l'interesse collettivo, ma troppo spesso l'interesse privato e posporre questi obiettivi causa a volte morte e dolore. Non esiste un singolo elemento per la tragedia di Rigopiano, ma una lunga serie di fatti con il concorso e le omissioni di più enti. Se il Comune», aggiunge il pm, «avesse adempiuto ai suoi impegni, il disastro non si sarebbe verificato: o veniva chiuso l’hotel o veniva dotato di strumenti di sicurezza. Se non fosse stato possibile tutto questo, l’ultima possibilità era quella di lasciare libera la strada».
GLI SMS e i bollettini meteo
E questo diventa un punto centrale nella requisitoria del pm Benigni che elenca anche una serie di sms tra il sindaco Ilario Lacchetta e Bruno Di Tommaso, gestore dell'hotel. «Il sindaco sa che senza quella strada l’hotel è isolato, ma a volte si opera con l’ottica dell’imprenditore, non dell’amministratore. Comune e Provincia già dal 2015 sapevano che quella strada era vitale e del rischio isolamento che si poteva correre».
E il pm ripercorre le questioni attinenti i compiti del sindaco rispetto ai bollettini meteomont. «Il sindaco aveva l’obbligo di convocare la commissione valanghe che era assente dal 2015. O comunque doveva interrogarsi su eventuali rischi sul suo territorio. Ma il sindaco si preoccupa più dell’hotel perché è così che si crea il consenso politico e si prendono voti. E comunque nessun intervento c’è più stato per garantire la liberazione dell’unica strada di accesso e di fuga».
LA TURBINA ROTTA
Poi, Benigni passa a trattare il caso della turbina. «La rottura di quella turbina e la mancata sostituzione avrà conseguenze enormi. Cercano in altre regioni, senza pensare all’Anas che era a 20 chilometri, ma qui la questione è più politica. Solo quando l’hotel non esiste più si pensa alla turbina dell'Anas».
COMMISSIONE VALANGHE
Centrale il ruolo della mancata convocazione della commissione valanghe: «La zona doveva essere tenuta sotto stretta osservazione, perché il rischio di valanghe era forte». Il pm affronta anche il problema del piano emergenza comunale non aggiornato, le mancate comunicazioni a Prefetto e Regione, e il fatto di non aver richiesto i mezzi necessari. Quanto al disastro, il pm evidenzia le omissioni dei comunali imputati: «Non contrastano il rischio che minacciava il bene comune. Se quegli strumenti fossero stati attuati non si sarebbe verificato il disastro». L’hotel andava chiuso il giorno stesso della chiusura delle scuole. «Hanno omesso di neutralizzare le fonti di pericolo di quel territorio a fronte di una normativa specifica».
LA STRADA BLOCCATA
Le responsabilità della Provincia, invece, sono tutte legate alla strada di accesso all’hotel: «Se la mattina del 18 avessero provveduto a sostituire la turbina, quella strada sarebbe rimasta libera e gli ospiti avrebbero potuto lasciare l’hotel in tempo utile». E poi ancora, passando a trattare l’incidenza del terremoto sulla valanga, il pm dice: «In un territorio valanghivo è l'evento che deve ricadere nella sfera della prevedibilità, non è la causa. Lo sciame sismico avrebbe dovuto spingere tutti ad alzare l’asticella, e non ad adagiarsi».