Telefonia, protesta per scongiurare tagli

2 Febbraio 2017

Cento dipendenti dei principali operatori telefonici e dei call-center contro il mancato rinnovo del contratto

PESCARA. «Ci hanno sbattuto la porta in faccia e hanno azzerato 20 anni di contrattazione sindacale senza un minimo di confronto. Stanno cercando di cancellare tutti i diritti che abbiamo conquistato». Si sfoga così Silvano Del Cotto, rappresentante sindacale unitario dello stabilimento Telecom in via Tiburtina. Dei circa 5.000 lavoratori del settore delle telecomunicazioni in Abruzzo, interessati dallo sciopero nazionale proclamato per l'intera giornata di ieri dai sindacati di categoria della Slc/Cgil, Fistel/Cisl e Uilcom/Uil, l'azienda del principale gruppo di telefonia nazionale vanta tra Pescara, L'Aquila, Chieti e Teramo 650 dipendenti, di cui la metà nelle sedi pescaresi.

Proprio ieri, mentre un centinaio di dipendenti dei principali operatori telefonici (Tim, Vodafone e WindTre), dei call-center e dei contact-center hanno manifestato sotto la sede della Prefettura, in piazza Italia, la Telecom ha annunciato la disdetta degli accordi di secondo livello. Una situazione, già tesa a causa del mancato rinnovo del contratto nazionale, che potrebbe essere il preludio a nuovi tagli al personale. «Con questa decisione unilaterale», spiega Del Cotto, «sono stati bloccati gli aumenti di stipendio e gli scatti di anzianità: perdiamo due giorni di ferie all'anno e 12 ore di festività soppresse, non ci sono più i premi di risultato ed è stato completamente stravolto il sistema delle trasferte».

La preoccupazione dei sindacati è che, se dovesse passare questa linea restrittiva nel gruppo più grande d'Italia, allora a cascata tutte le altre aziende del settore delle telecomunicazioni inizierebbero ad adeguarsi. Su sollecitazione dei segretari regionali Guido Cupido (Slc/Cgil), Paolo Boccomini (Fistel/Cisl) e Marco Giusti (Uilcom/Uil Abruzzo) ieri mattina in centinaia si sono riuniti in presidio per contestare «i tagli indiscriminati di salario e di diritti, le proposte inaccettabili avanzate per il rinnovo del contratto nazionale delle telecomunicazioni e i licenziamenti camuffati da trasferimenti da parte delle aziende». Il negoziato fra Assotelecomunicazioni-Asstel (che rappresenta nel sistema Confindustria la filiera delle tlc) e i sindacati di settore è bloccato.

«Non hanno tenuto conto delle nostre proposte», rimarca Boccomini, «le linee aziendali attuali sono inaccettabili perché precarizzano e mettono in discussione circa 20 anni di lotte e contrattazioni. Nel contratto di primo livello si applica in toto il Jobs Act rifiutando di fatto ogni nostro tentativo di arginarlo. Diminuiscono i compensi per festività, straordinari, reperibilità, lavoro supplementare e notturno. I premi di risultato sono previsti solo a seguito di un consuntivo triennale. Insomma, si vorrebbe ulteriore flessibilità a discapito dei lavoratori». La minaccia dei licenziamenti è un tema particolarmente delicato.

«Le aziende», prosegue Boccomini, «vorrebbero livellare i provvedimenti disciplinari in modo tale che, anche dopo l'accumulo di due contestazioni di lieve entità, come ad esempio un ritardo di 10 minuti sul lavoro, potrebbe scattare la perdita del posto di lavoro. Un'altra arma di licenziamento è costituita dall'utilizzo dei sistemi aziendali per controllare il lavoratore nel merito: un aspetto che è in contrasto con l'articolo 4 della legge 300».

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