Tentarono la rapina alle Poste: arrivano le condanne per i tre

Sono due spoltoresi e un pennese intercettati dai carabinieri: «Stamattina dobbiamo riportare i soldi» Ma a Turrivalignani, lo scorso 26 novembre, trovarono le pattuglie dell’Arma che li avevano seguiti
TURRIVALIGNANI. Tutti condannati, con il rito abbreviato davanti al gup Francesco Marino, i tre imputati ritenuti responsabili della tentata rapina all’ufficio postale di Turrivalignani che si verificò il 26 novembre dello scorso anno. Donatello Di Cesare, 43 anni di Spoltore (difeso dall’avvocatessa Gianna Giannini) è stato condannato a 3 anni di reclusione; Antonello Di Marzio, 40 anni di Spoltore (difeso da Giuseppe Pagano) a 2 anni e 8 mesi di reclusione; Stefano Montebello, 45 anni di Penne (assistito da Alessandra Cervelli) a 3 anni e 8 mesi.
Un colpo che era stato pianificato nei minimi particolari dal terzetto che però finì in manette prima di scendere dall’auto per entrare nell’ufficio postale.
I carabinieri del Norm di Penne li bloccarono qualche secondo prima, dopo aver seguito ogni loro mossa grazie a una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali disposte dal pm Andrea Papalia.
Per giorni i carabinieri stavano seguendo quei preparativi e aspettavano soltanto il momento giusto per entrare in azione ed evitare il peggio.
Le ultime parole che vennero intercettate con l’ambientale posizionato nella loro autovettura furono eloquenti e non lasciavano dubbi sulle loro intenzioni: «Quella ca.. di macchina, i carabinieri, scendi, scendi. Questi ci fermano, dai ca... butta quella roba. Ce ne siamo andati all’aceto».
Per i tre fu un’amara sorpresa vedere quella pattuglia e i carabinieri che erano dappertutto, armi in pugno, pronti a intervenire. Quel colpo doveva essere messo a segno qualche giorno prima, ma la morte del padre di Di Marzio, fece slittare la data. «Sabato mattina sicuro», confabulano i tre nel pianificare la mattina del colpo, «alle 7,05 ci vediamo là al mammut (il parcheggio di Spoltore ndr)...non rimandiamo, mò non ci sta alternativa. Lo dobbiamo fare per forza Stefano, stamattina li dobbiamo riportare i soldi perché mi servono proprio», dice Donatello Di Cesare, «anche perché mò te lo dico, se ce la facciamo glielo facciamo aprire il bancomat, sennò per me è una perdita di tempo».
Ma non sapevano di essere intercettati e che gli investigatori sapevano ogni particolare di quel colpo: i militari li avevano seguiti anche durante i sopralluoghi effettuati. I rapinatori avevano studiato anche le abitudini di una impiegata che usciva regolarmente a fumare. «Quella quando arriva, la porta sta là, quindi quando arriva davanti alla porta, quando t’ha visto ormai che vuole fare?».
E mentre percorrono la strada per arrivare a destinazione, ripetono le raccomandazioni: «Sta tutto là dietro compare, l’importante è che non ci chiamiamo per nome». E ancora: «Torniamo qua ce li dividiamo e finita la storia». E Stefano trae le conclusioni: «Là stamattina me ne voglio andare con il sorriso». Mai potevano pensare che i carabinieri erano già appostati vicino alle Poste, pronti ad intervenire così come fecero. E quel sorriso svanì definitivamente. I difensori avevano chiesto per tutti l'assoluzione o, in subordine, il minimo della pena.

