Tra Pescara e Chieti emergenza Alzheimer

Novemila i malati, costi altissimi per le famiglie e pochi aiuti
PESCARA . Sono oltre 9000 i malati di Alzheimer tra Pescara, Chieti e l’area metropolitana. In Abruzzo i casi di pazienti affetti da questa patologia degenerativa – che provoca un lento declino delle capacità di memoria, di pensare e di ragionamento fino alla morte – sono 27.800, di cui 18.600 donne (più longeve) e 9200 uomini. In Italia, secondo dati Censis e Cnr del 2013, i casi conclamati sono un milione 273 mila 317, di cui 857mila donne e 415 mila uomini di ogni età. Nel dettaglio: 33.000 tra i 30 e i 59 anni; 20.834 tra 60 e 64 anni; 52.905 tra 65 e 69 anni; 105.794 tra 70 e 74 anni; 192.815 tra 75 e 79 anni; 303.822 tra 80 e 84 anni; 321.621 tra 85 e 89 anni; 191.838 tra 90 e 94 anni; 49.828 più di 95 anni.
Sono i numeri di una emergenza sociale che condiziona la vita delle famiglie sia da un punto di vista personale, che relazionale ed economico. Perché convivere con una persona affetta da Alzheimer ha costi che si aggirano intorno ai 2000 euro al mese tra badanti, spese per i farmaci e dispositivi medici. Malgrado i numeri allarmanti la nostra regione non è pronta ad affrontare l’emergenza, soprattutto per ciò che riguarda la realizzazione di centri diurni di accoglienza. Anzi, risulta essere «tra le regioni peggiori d'Italia», secondo le stime dell’Amaa, Associazione malati Alzheimer Abruzzo, un centinaio di iscritti, sorta nel 2004 a San Giovanni Teatino (sede legale nell'ex centro diurno Il Pettirosso) e diretta dal 2009 da Nicola Santarelli, 50 anni, bancario di professione, che conosce per esperienza personale, avendo avuto un familiare malato, i disagi di una patologia che «disarma le famiglie da un punto di vista psicologico» e le «lascia sul lastrico» economicamente.
«Vivere con una persona malata di Alzheimer», spiega Santarelli, «è difficile per diversi aspetti perché la malattia cambia il suo corso continuamente, essendo degenerativa, dalla diagnosi della perdita di memoria agli step successivi, quando i disturbi comportamentali diventano insostenibili, quando i pazienti manifestano incontinenza verbale (parolacce), fanno i bisogni davanti a tutti, scambiano la notte per il giorno e se ne vanno in giro, hanno reazioni violente anche fisiche, fino alla fase conclusiva quando la persona non ha più la capacità di muoversi, mangiare e viene alimentata con un sondino e rimane a letto fino alla morte. Il tempo degenerativo, in genere intorno agli otto anni, varia a seconda delle caratteristiche genetiche di ciascuno. Si allunga quando sul paziente si attivano processi di palestra cognitiva come attività mentali, manuali e movimento fisico».
Come accade nel centro (ex Ciapi) di viale Abruzzo 322 a Chieti (info: 3921354052), gestito dall’associazione in collaborazione con gli specialisti dell'università teatina, Michele Zito, geriatra responsabile del centro Alzheimer del policlinico Santissima Annunziata di Chieti e la psicologa Elena Fiore.
Nel centro vengono svolti laboratori di terapia occupazionale, terapia delle reminiscenza, stimolazione cognitiva, memory training e consulenze varie. «La malattia non è curabile, ma ci sono farmaci in grado di rallentarne il progredire, che sono però molto costosi, così come care sono le spese che le famiglie affrontano per badanti e personale addetto alla vigilanza dei malati, quando qualcuno non decide di lasciare il lavoro per accudire il familare malato. Costi sociali alti che si aggirano sui 2000 euro al mese», rivela il presidente dell'Amaa (l'associazione è alla ricerca di una nuova sede tra Chieti e Pescara) che lancia un appello alle istituzioni regionali «per la creazione di centri diurni in grado di assistere i pazienti dall'inizio della malattia a fine vita. In Abruzzo ci sono solo due realtà, a San Valentino, nel Pescarese, che abbiamo creato con la collaborazione del professor Stefano Sensi, presidente del Cesi, centro sperimentale per l'invecchiamento teatino, e uno nell'aquilano. La nostra regione sconta ritardi fortissimi rispetto al resto del mondo e troppo spesso le famiglie sono lasciate sole a gestire emergenze che dovrebbero essere scaricate, come è giusto che sia, prevalentemente sulla sanità pubblica».
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