«Troppi abiti invenduti e ora vogliono tagliarci»

2 Marzo 2016

Dipendente racconta i 16 anni alla Brioni: dal boom coi vestiti d’oro per Mubarak alle nuove collezioni contestate: «Il declino è iniziato nel 2009»

PENNE. «Io sono entrato alla Brioni nel 2000: avevo 23 anni. Ho cominciato a fare il tagliatore con un paio di forbici grandi così, prima con le fodere e poi con le stoffe. Negli anni del boom, a Penne, producevamo 70 mila pezzi all’anno: tutti fatti a mano, comprese le asole dei bottoni. Poi, qualcosa è cambiato e il marchio ha cominciato a tirare meno. Dopo, è arrivato il direttore creativo, Brendan Mullane, e ha iniziato a introdurre delle novità ma il campionario restava sempre invenduto. Noi, quando vedevamo quei pezzi tornare sempre in fabbrica capivamo che stava succedendo qualcosa». Leonardo D’Addazio ha 38 anni e la Brioni è la sua seconda casa, settore tagliatore e disegnatore. Negli anni d’oro, in via Fonticoli, si cucivano i vestiti gessati con i filamenti d’oro per il presidente egiziano Mubarak, si preparano 365 abiti all’anno per Carlo d’Inghilterra, si vestivano gli agenti 007 Pierce Brosnam e Daniel Craig prima che i protagonisti del film culto dicessero addio alla Brioni per indossare gli abiti in serie dello stilista americano Tom Ford. «Con Mullane, Brioni ha tentato di entrare nel mercato del fashion per fare concorrenza ad altri marchi internazionali», racconta D’Addazio. Un simbolo dell’artigianalità che prova a insidiare i colossi dell’industria della moda: «Una scelta sbagliata», dice D’Addazio. Perché sono settori che non possono stare in competizione: un abito da 3 mila euro non può fare concorrenza a un abito da mille. «E poi», dice ancora D’Addazio, «i clienti Brioni non si riconoscevano più in quel tipo di abbigliamento ideato da Mullane. E i clienti Brioni non avevano bisogno di tanta pubblicità per sceglierci: lo avrebbero fatto lo stesso in silenzio solo per la qualità del nostro prodotto. La proprietà ha fatto un errore a scegliere Mullane».

Ora c’è preoccupazione: «Da lavoratore mi aspetto che siano salvati i nostri posti di lavoro. Come non lo so, ma dico che siamo pronti a riqualificarci. Penne sarebbe una città morta senza la Brioni: potremmo mettere una sbarra all’altezza di Passo Cordone e andarcene tutti». Visto che i pezzi da lavorare diventano sempre meno, D’Addazio ce l’ha un’idea per riportare il lavoro nel triangolo Penne-Montebello di Bertona-Civitella Casanova: «Attualmente, il gruppo Kering, che è proprietario anche di Gucci, dà all’esterno, a Zegna, le lavorazioni sugli abiti Gucci. Potremmo farle noi, anche se per noi sarebbe quasi un demansionamento: noi siamo di un altro livello». Quello che alla Brioni si fa con le mani si dovrebbe imparare a farlo con le macchine. «Ma possiamo farcela», assicura D’Addazio. (p.l.)

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