Trovato morto nella cella frigorifero, fatale un fendente al cuore

Il caso di Andrea Costantini, il pennese trovato senza vita all’interno di una cella frigorifero di un supermercato. Dopo l’autopsia, arriva l’esito della perizia
PESCARA. Due fendenti al petto, uno fatale al cuore. È questo il passaggio chiave contenuto nella perizia che il medico legale Cristian D’Ovidio ha consegnato al Tribunale di Larino. Il primo passo per fare luce su cosa sia davvero accaduto il 15 settembre 2025 dentro la cella frigorifera del discount di Termoli quando Andrea Costantini, il 38enne di Penne che lavorava lì come macellaio, è stato ritrovato senza vita a terra. I suoi vestiti sporchi di sangue, il coltello trovato a due metri di distanza dal corpo e dietro delle cassette.
Un giallo che dopo mesi non vede ancora il punto di svolta e si barcamena tra l’ipotesi di suicidio, prima ad essere avanzata dalla Procura di Larino, e quella dei genitori di Andrea che non hanno mai creduto a quella versione. Ed è stato proprio grazie alla loro caparbietà che il corpo di Andrea è stato riesumato dopo quattro mesi dalla morte per eseguire l’autopsia, mai fatta prima. «Abbiamo eseguito tutti gli accertamenti necessari, compresi l’esame macroscopico, l’esame microscopico e una serie di analisi di laboratorio, che mi hanno consentito di rispondere ai quesiti posti dal giudice», dice D’Ovidio, «il corpo presentava importanti fenomeni di trasformazione, che hanno reso necessario effettuare approfondimenti diagnostici e accertamenti supplementari. Ho redatto una relazione tecnica nella quale ho fornito risposta ai quesiti formulati dall’autorità giudiziaria».
Una perizia che però «soprattutto in assenza dell’esame del Dna non potrà considerarsi esaustivo per la chiusura del caso», dice il legale dei famigliari di Costantini, Piero Lorusso, che si oppongono all'ipotesi del suicidio di Andrea Costantini, definendola scientificamente impossibile. A supporto della tesi omicidiaria vengono citati l'arma nascosta a due metri dal corpo, la mano aperta «senza spasmo cadaverico, i segni di strangolamento e i traumi da difesa emersi dalle foto, la presenza di una seconda coltellata profonda e la palese manipolazione dei biglietti d'addio». La difesa contesta poi l'autopsia tardiva eseguita dopo quattro mesi e la richiesta «con urgenza» degli esami su indumenti e coltello, analisi informatiche sui dispositivi, una perizia cinetica e accertamenti sui flussi finanziari.

