Tutela e meno vincoli Ambientalisti: non va

14 Marzo 2017

Alle battute finali la riforma delle aree protette di terra e di mare Presidenti più forti. Spazio nei consigli a Comuni, agricoltori e pescatori

PESCARA. «Ha presente le polemiche sul Piano Lupo? Anche lì avevano tutti ragione. Poi si è trovato un equilibrio soddisfacente». Franco Iezzi, presidente del Parco nazionale della Majella è soddisfatto della riforma della storica legge sui parchi che il 23 marzo dovrebbe approdare in aula a Montecitorio. Il testo, approvato in prima lettura dal senato, è alle ultime battute in Commissione Ambiente. «Speriamo che si faccia presto», dice Iezzi, «perché stiamo aspettando da troppo tempo».

L’argomento è centrale perché le aree protette rappresentano il 10,50% del territorio nazionale (e il 36% di quello abruzzese) per un totale di 871 aree e circa 3,1 milioni di ettari a terra, 2.8 milioni di ettari a mare e 658 chilometri di coste.La riforma modifica la governance dei parchi, semplifica le procedure, apre di più alle comunità locali, offre risorse ai parchi in termini di royalties e sponsorizzazioni.

«L'obiettivo», ha spiegato il presidente della Commissione Ermete Realacci «è rendere i parchi protagonisti dello sviluppo del Paese coniugando la tutela e la valorizzazione del territorio e delle biodiversità con l'economia sostenibile».

Un ottimismo che non convince le associazioni ambientaliste. Che in un documento unitario, firmato tra gli altri da Fai, Greenpeace, Italia Nostra, Lav, Legambiente, Lipu, Marevivo, Mountain Wilderness, Wwf, chiedono modifiche sostanziali del testo originale del disegno di legge: «Ma né il Senato, né il governo hanno accolto le osservazioni e le proposte di 17 associazioni ambientaliste e di centinaia di esperti e uomini di cultura, che hanno criticato in modo fermo e elaborato proposte migliorative. Risultato, una riforma sbagliata che chiediamo con forza venga modificata alla Camera». La battaglia si prevede dunque accesa.

Ma che cosa dice il testo? Quali sono le modifiche più importanti? Innanzitutto la gestione dell’ente, che viene snellita e rafforzata. Si rafforza il ruolo del presidente del Parco (sempre nominato con decreto del ministro dell'Ambiente), la cui carica diventa finalmente incompatibile con qualsiasi incarico elettivo e con incarichi negli organi di amministrazione degli enti pubblici. Viene modificata la composizione del Consiglio direttivo, che avrà dai 6 agli 8 membri, con la garanzia della rappresentanza di genere, designati per il 50% dalla Comunità del Parco, quindi dai comuni. Viene abolito l'albo dei direttori di parco, e la nomina viene fatta dal Consiglio direttivo su una terna compilata per selezione pubblica. Il parco avrà un ruolo più incisivo nel disciplinare iniziative economiche e di valorizzazione del territorio. Nell’iter dei permessi escono di scena le Soprintendenze, il cui visto veniva richiesto anche per interventi di modesta entità. Previsto invece un nullaosta unico rilasciato dall'ente parco.

Il parco può inoltre disciplinare, nelle aree contigue, l'attività venatoria, estrattiva e la pesca (un aspetto che piace poco alle categorie professionali). Per la salvaguardia della biodiversità, vengono introdotti i “piani di gestione della fauna selvatica”, che prevedono anche il contenimento della fauna, a partire dai metodi non cruenti fino alla cattura e in ultima istanza l'abbattimento sempre con il parere vincolante dell'Ispra, delle specie che possono comportare danni alla biodiversità e rischi per l'incolumità umana (qui l’allarme degli ambientalisti è massimo).

Trova invece contrari Ance e Confindustria l’obbligo per i gestori di impianti idroelettrici di potenza superiore a 220 Kw, attività estrattive, impianti a biomasse, coltivazione di idrocarburi, oleodotti, metanodotti ed elettrodotti non interrati di corrispondere una royalties per la remunerazione dei servizi ecosistemici offerti dalle aree protette. I parchi avranno inoltre la facoltà di imporre ai visitatori un ticket per i servizi offerti e di concedere a pagamento il proprio marchio, per esempio per i prodotti tipici, di stipulare contratti di sponsorizzazione, di disporre dei beni demaniali e di quelli confiscati alle mafie. Come si vede un cambio di prospettiva importante, che però dovrebbe ridare fiato a un’economia locale oggi soffocata da troppi obblighi e divieti.

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