Un anno fa l’inferno alla pineta «Ora il polmone verde rinasce»

Il 1° agosto le scintille del passaggio di un treno provocarono l’incendio: distrutti 37 ettari di bosco Restano il chiosco bruciato e un’area interdetta. L’esperto Febbo: «Ma la natura si sta riprendendo»
PESCARA. «Il fuoco ha creato il deserto, nel comparto 5» della Pineta , divorato dalle fiamme il primo agosto 2021. Non potrebbero esserci parole più significative di queste per descrivere gli effetti del rogo che un anno fa ha creato una ferita profondissima in quell’area verde e uno strappo con il passato difficile da rimarginare. Quel giorno, quando la città boccheggiava a 40 gradi, la frenata di un treno in transito, l’Intercity Lecce-Varano, avrebbe provocato delle scintille, innescando due focolai. Sarebbe partito tutto da lì, come emerso dalle indagini sul rogo che ha divorato 37 ettari della Pineta. Sono tre gli indagati individuati dalla procura nell’ambito dell’inchiesta (procuratore Giuseppe Bellelli e sostituto Anna Benigni) e cioè il sindaco Carlo Masci, rappresentante della protezione civile e gestore della Riserva, che si è visto notificare un avviso di garanzia per incendio boschivo (atto dovuto per procedere all’incidente probatorio). Stessa ipotesi di reato per il capo dipartimento di Ancona di Rete ferroviaria italiana, e per il responsabile della società incaricata della manutenzione del tracciato.
A parlare del «deserto» generato dal rogo è Dario Febbo, uno dei tre esperti nominati dal Comune per lavorare alla rinascita della Riserva, ex direttore del Parco nazionale del Gran Sasso. Lì, nel comparto 5, «il fuoco è passato a 600 - 800 gradi e ha bruciato tutto. Si sono salvate solo delle querce (roverelle) nella parte più a ovest, al confine con via Pantini. E poco altro». Un po’ per volta, come era stato ipotizzato subito, alla base delle latifoglie bruciate (cioè le piante a foglie larghe, tra cui allori e olmi) sono spuntati «dei polloni», dei rami, che in futuro saranno piante. «Per favorirne la crescita abbiamo fatto tagliare tutti i tronchi bruciati», spiega Febbo. Ma non ci sono altri alberi, non più, dopo il rogo. «Abbiamo lasciato in piedi solo i pini, per favorire il rilascio dei semi. Le pigne, aperte dal fuoco, hanno disseminato, ma c’è il rischio di collasso degli fusti bruciati, sono pericolanti». Intanto però la natura ha fatto il suo corso e «c’è stata una buona rinnovazione di pinetti, piuttosto diffusa».
Per nutrire il suolo, «i rami tagliati sono stati ridotti in segatura e sparsi su tutta l’area (bruciata fino a 5 centimetri di profondità), e i tronchi dei pini caduti sono ancora a terra, per svolgere una funzione di rimineralizzazione». È stata completata anche la bonifica, «è stata tolta una montagna di rifiuti: vetri (15 cassonetti), metalli, calcinacci, reti e materassi, e vanno rimossi i resti del vivaio e l’amianto». Insomma «sembra che la rinascita proceda, ma il danno c’è stato, quel posto non c’è più. Ci sarà di nuovo tra trent’anni circa: tanto ci vorrà per vedere dei pini altri 10-15 metri», conclude Febbo.
A tutti questi passaggi, che ricorda anche il sindaco Masci, si aggiunge lo studio dell’università dell’Aquila proprio sulla rinnovazione dei pini. «Stiamo lavorando per far rinascere la Pineta e per estenderla», spiega il sindaco ricordando che i comparti 3 e 4 (quelli del laghetto) sono stati già riaperti, anche se non completamente, e la zona della casetta dei pensionati è ancora lì, con i segni dell’incendio, ma sono in arrivo i fondi dell’assicurazione (un milione e 200mila euro). «Sono concentrato nella ricostruzione, lo sono stato tutto quest’anno. È stato un fatto da tregenda, quel giorno le forze dell’uomo nulla potevano contro la natura. C’era gente che gettava acqua con i secchielli, ricorderò sempre quelle scene, hanno avuto un impatto di una violenza incredibile: stavamo perdendo un patrimonio e la tensione mi portò a piangere. Da allora puntiamo a mantenere la promessa di ridare vita e vigore a quell’area».
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