Un legame storico con Amatrice

Il borgo aquilano ha rapporti secolari col Lazio, nei giorni di festa e nelle difficoltà
MONTEREALE. I legami tra Montereale e Amatrice affondano nei secoli e ancora oggi sono fortissimi. Il 23 agosto scorso la Pro loco di Montereale, di cui è presidente Linda Giorgi, aveva partecipato con una sua nutrita delegazione alla cosiddetta “sagra delle sagre” un evento che solitamente precede la grande sagra degli spaghetti all’amatriciana che convogliava nel paese distrutto dal sisma decine di migliaia di persone. «I nostri volontari hanno montato uno stand proprio dietro la chiesa di San Francesco», dice Linda Giorgi, «in tutta la serata hanno venduto tremila arrosticini. Intorno all’una e mezza di notte, due ore prima della devastazione, i ragazzi, tra cui mio figlio, hanno ricaricato lo stand, tutti i materiali e sono tornati a Montereale. Il tempo di arrivare e c’è stata la scossa. Quando abbiamo cominciato a capire il luogo e l’entità del disastro ho provato a contattare le persone che conosco ad Amatrice, ma nessuno rispondeva». Nell’immediatezza tanti abitanti di Montereale sono andati a prestare i soccorsi e in qualche caso hanno tirato fuori persone che non ce l’hanno fatta.
Appena pochi giorni prima, sempre ad Amatrice, era stata organizzata la “Notte aquilana”, alla quale ha partecipato, tra gli altri, il professor Raffaele Colapietra, studioso che sa tutto delle vicende storiche che hanno legato L’Aquila ad Amatrice. Un momento di contrasto, ma non certo per colpa degli abitanti ma per le scelte autoritarie del regime dell’epoca, ci fu negli anni Venti del secolo scorso. Il territorio di Amatrice che era in provincia dell’Aquila fu annesso alla provincia di Rieti. Il borgo di Santa Lucia, il più danneggiato dal terremoto, doveva entrare a far parte del Comune di Amatrice. Gli abitanti, allora molti più di oggi, racconta il parroco di Santa Lucia, don Serafino Loiacono, «si ribellarono». In tal modo che anche il Regime dovette cedere e il paese restò nel Comune di Montereale. «Il legame tra Santa Lucia e le persone che ci sono nate o hanno comunque qui le loro origini», sottolinea don Serafino, «è commovente. Il 13 agosto, 11 giorni prima del terremoto, avevamo celebrato la festa parrocchiale. C’erano circa 300 persone in un clima di spiritualità che colpisce il cuore e l’anima». Nella chiesa di Santa Lucia (dove non è stato ancora possibile entrare) potrebbe aver ceduto parte del tetto. E questo per la comunità (residenti e non) sarebbe un colpo molto duro. (g.p.)

