«Un parco al posto del cementificio Ce lo meritiamo»

Dopo anni di battaglie i residenti di via Raiale chiedono l’abbattimento del “mostro” e il riscatto della politica
PESCARA. «Moriremo, e quello starà ancora là così». Quello è il cementificio, il “mostro” di via Raiale che fino a un anno fa, quando ha definitivamente interrotto la produzione, ha dato lavoro a centinaia di persone, condizionando e violentandone vita e abitudini per quasi cinquant’anni: per il rumore 24 ore su 24, i fumi, le polveri, il pavimento che tremava e i tetti delle case e delle macchine incrostati e danneggiati dal cemento che usciva da quelle gigantesche canne fumarie.
«Quando c’erano i temporali vedevi un fumo allucinante uscire da lì, perché con la pioggia forte attaccavano i forni e facevano cose che non si potevano fare», denuncia Roberto Di Cecco, benzinaio cresciuto sotto il cementificio che domina ancora il distributore Eni del padre, all’uscita dell’asse attrezzato. «Avevo sei anni quando mio padre mi portava qui con lui, c’era un traffico di camion continuo perchè il cementificio era uno dei più grossi di tutto il centro sud e in un giorno si faceva l’incasso che oggi facciamo in una settimana. Ma erano grigie le foglie delle piante, le tegole, i panni, tutto. Allora si pensava al lavoro, c’era perfino un deposito di eternit qui dietro. Oggi che ho un sacco di allergie nessuno mi dirà mai se la colpa è del cementificio, ma di certo quello che si dovrebbe fare adesso è smantellarlo. Solo così continuerebbe a far lavorare un sacco di gente. Ma tanto lo so», conclude il benzinaio, «moriremo e quello starà ancora là».
«In vita mia non vedrò che lo toglieranno», ribadisce Giovanni Coraggio dalla sua villetta proprio davanti al colosso che ha smesso di rubargli la salute, ma continua a rubargli il sole. «Ho 65 anni, sono venuto che avevo 30 anni. Vidi, scelsi e comprai casa tutto in un giorno, il 13 agosto del 1977 perché lavoravo in Germania e dovevo ripartire. Mi offrirono questa occasione, una villetta a 18 milioni di lire, alla vigilia di Ferragosto, e la comprai in fretta e furia senza rendermi conto di quello che c’era davanti. E nessuno mi mise sul chi va là. Me ne accorsi quando ci venni ad abitare nel 1980 e feci di tutto per andarmene. Ma ci avevo messo tutti i risparmi, mi davano quattro soldi per ricomprarla, e allora ci sono rimasto. Ma ci tremava la casa dalla mattina alla sera, sembrava il terremoto. Abbiamo dovuto rifare il tetto a nostre spese, sempre al buio perché anche d’estate stavamo con le finestre chiuse. Non tanto per la polvere. Per il rumore, da impazzire».
Accanto alla moglie Gabriella, con problemi respiratori cronici, Giovanni, come gli altri del quartiere racconta di aver patito tanto, «con la beffa che D’Alfonso invece di aiutarci a toglierlo, diede il permesso di rimanere per altri 15 anni al cementificio, in cambio dei soldi per la fontana, il Calice di piazza Salotto. Ma adesso che il cementificio se n’è andato da solo e questo è diventato un posto bellissimo, ’ sta cosa la devono levare da qua, non m’importa quello che ci fanno, ma lo devono togliere».
«Vorremmo un parco per farci giocare i bambini, una bella pista ciclabile, anche un centro commerciale va bene», dice Antonietta Savini dal giardino di casa invaso dall’ombra del cementificio «che qui non fa passare neanche l’aria». «L’importane», chiede Savini, «è che sia qualcosa che ci ripaghi di tutto quello che abbiamo sofferto in questi anni. Perché se siamo rimasti qui, è perché non avevamo scelta, perchè per molti di noi si tratta di case e terreni ereditati dai padri e dai nonni. La mia, ad esempio, è una casa nel 1958, prima del cementificio e io ci sono venuta nel 1977, appena sposata».
«Il riscatto della politica adesso passa da qui», le fa eco Marina Scurti che per anni si è esposta in prima persona contro il cementificio. «D’Alfonso è stato a casa mia, ha preso il caffè, abbiamo fatto parecchi tavoli ma non siamo mai arrivati a un risultato. Ora che ce l’abbiamo fatta, che il cementificio ha smesso di buttare fuori polveri da cui usciva di tutto e che a seconda delle correnti arrivava in ogni parte della città, qui rimane questo obbrobrio visivo. E tocca alla politica trovare i fondi per smantellarlo. È vero, smantellare un cementificio non è facile», va avanti Scurti, insegnante all’istituto Di Marzio, «ma si parla tanto di qualità della vita nelle periferie, di sovvenzioni a livello europeo. Se la politica si muove i soldi li trova».
Parla da battagliera Marina Scurti, convinta di aver pagato direttamente in prima persona, dopo l’ictus che ha colpito il marito quattro anni e mezzo fa: «Nulla mi toglie dalla mente che sia stato causato dall’inquinamento atmosferico e dallo stress continuo a cui siamo stati sottoposti per il rumore, la polvere del cementificio e la casa che tremava tutta quando scaricavano il cemento dai silos. A mio marito si è chiusa la cerebrale media, a 49 anni non parla, non è stato un colpo facile, ma ci mettiamo ogni giorno forza e coraggio». Una battagliera che, come il resto del quartiere, non smette di sognare una vita normale in un quartiere finalmente normale.
«Prima di noi, a combattere il cementificio ci fu “il celerino” che arrivò a sorvolarlo e a fargli le foto. Ma non arrivò a niente. Adesso che finalmente abbiamo trovato la pace in questo quartiere», conclude Scurti, «ci devono togliere questi obbrobri e farci un parco. La politica deve riscattarsi. D’Alfonso può fare qualcosa più degli altri».
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