Un pranzo di fretta e pochi commensali

19 Maggio 2020

PESCARA. «Ma voi ve la sentite di andare a mangiare fuori quando riapriranno tutti i ristoranti?». La domanda gira da qualche giorno sulle bacheche di Facebook. Le risposte? Una valanga di no...

PESCARA. «Ma voi ve la sentite di andare a mangiare fuori quando riapriranno tutti i ristoranti?». La domanda gira da qualche giorno sulle bacheche di Facebook. Le risposte? Una valanga di no impauriti in mezzo a qualche timido sì. Il cibo è una cosa delicata, bisogna stare attenti.
Io ho deciso di sì. Subito, dal primo giorno. Anche per vedere quanto ci è cambiato il mondo intorno, mentre noi eravamo chiusi in una bolla a immaginare scenari apocalittici.
Così ieri faccio un giro di telefonate per la prenotazione obbligatoria: molti ristoranti non rispondono, chi risponde per il momento non riapre. Qualcuno deve finire di allestire il locale, altri pensano che non ne vale la pena per quel poco o niente di clientela che verrebbe.
Cammino per la città semi deserta dell’ora di pranzo: ristoranti serrati, salvo un paio, a Pescara Vecchia. Idem in centro. Sono aperti solo i bar, con i loro perfetti metri quadrati disegnati dal nastro adesivo giallo e nero davanti al bancone. Sulla riviera i locali aperti si contano sulle dita di una mano. In altri ci si prepara ancora: c’è chi ha tirato fuori i tavolini ormai d’avanzo per destinarli al magazzino, altri igienizzano i locali, guanti di gomma sotto maniche arrotolate.
L’ultimo tentativo al Ristoro Genuino: prima del blocco, con specialità tradizionali formula self service, macinava coperti dalle 9 alle 22 orario continuato. È aperto, ma chiude alle 14, bisogna fare in fretta.
Lo spruzzo di igienizzante sulle mani all’ingresso diffonde odori chimici che coprono il buon profumo di cucina. Al banco, divisori di vetro separano il personale dai clienti. Per mantenere le distanze c’è una barriera di tavolini di legno, così è facile fare il giro col vassoio senza avvicinarsi troppo. Scelgo anellini alla pecorara, acqua e pago. Finalmente libera dalla mascherina, ho l’imbarazzo della scelta: qui, dove prima si sgomitava per trovare un buco, sono occupati pochi posti. Un paio di persone mangiano sole, probabilmente in pausa pranzo. Una famiglia si siede e si divide un vassoio, gli unici abbastanza vicini per farlo. Qualcuno si alza e il personale di sala è già lì con panno e spray a strofinare sedie e tavoli.
Una coppia entra e si guarda un po’ spaesata intorno, incerta se avvicinarsi o meno al bancone. Si può?
Ecco, questo è il momento di imparare nuove regole, un nuovo galateo della tavola fatto di mani disinfettate, spazi altrui da rispettare, quadrati immateriali disegnati con precisione intorno a sedie igienizzate. Esco dal mio paio di metri quadrati, fuori da una bolla protettiva per entrare in un’altra, al bar di fronte. La vita sarà così, almeno per un po’. Ma va bene. Anzi, a pensarci bene, è quasi vita normale.
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